Netrebko-Rebeka: l’autunno dorato della Scala

Marina Rebeka e Giulio Zappa

Recital di Marina Rebeka. Musiche di Verdi, Tosti, Respighi, Kjui, Ciaikovski, Rachmaninov. Pianoforte Giulio Zappa

Recital di Anna Netrebko. Musiche di Verdi, Ponchielli, Cilea, Puccini. Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Riccardo Chailly

Milano, Teatro alla Scala, 20 e 21 ottobre 2020

Proprio mentre le ombre più cupe si allungano su Milano, sulla Lombardia e sull’Europa tutta, la Scala reagisce con un atto di coraggio e di lungimiranza assieme proponendo un trittico di recital vocali assolutamente eccezionale, per prestigio dei nomi e qualità dei risultati artistici: Marina Rebeka, Anna Netrebko e (stasera) Jonas Kaufmann.

Anna Netrebko e Riccardo Chailly

Interessantissimo è il confronto fra le due donne: entrambe di area ex sovietica (Anna è russa, Marina è lettone), hanno tuttavia avuto una formazione musicale e — direi — culturale assai diversa, oltre al fatto che la Rebeka è di nove anni più giovane della collega. La Netrebko è, inconfondibilmente, un soprano “alla russa”: lo è per il timbro dalle risonanze intense, vellutate, dai centri che si sono fatti, dopo gli inizi da lirico-leggero, sempre più sontuosi e per i gravi di tale spessore che risulta quasi eccessivo il ricorso ai suoni poitrinés che la cantante utilizza qua e là. Ma il dominio tecnico è tale da consentirle acuti e sovracuti in pianissimo (non è dimenticabile la sua Leonora areniana dell’anno scorso), con un volume e uno squillo nei fortissimi oggi senza paragoni: insomma, un vero monstrum vocale. Per contro, è il gusto musicale a non essere sempre inappuntabile: una pronuncia (italiana) discreta ma perfettibile, una tendenza a esagerare con portamenti, accenti iper-drammatici, e insomma un’inclinazione ad una certa enfasi ormai fuori tempo massimo. Non sempre, ovviamente: nel concerto scaligero era palese come un direttore della classe e del gusto di Riccardo Chailly la tenesse costantemente a bada, non frenandone la libertà artistica ma, anzi, incanalandola nell’alveo della partitura: un dettaglio per tutti, il secondo Si bemolle alla fine di “Un bel dì vedremo” (“L’aspet-to”) breve e sospeso come scritto. E non è neanche a dirsi come la forza espressiva dei brani scelti ne guadagnasse (penso al “Suicidio” della Gioconda, sobrio e intenso; ma anche al “tutto è finito” di Manon e Adriana)

Marina Rebeka, che ho avuto l’onore di premiare, in qualità di Segretario Generale ICMA, all’inizio della seconda parte del suo recital scaligero (è stata la nostra artista dell’anno 2020) ha studiato lungamente in Italia e si è formata evidentemente ad una scuola di canto squisitamente belcantistica: la lunga militanza rossiniana ne ha forgiato quindi un’emissione assolutamente perfetta, a suo agio nella coloratura barocca e proto-romantica come nell’opera verdiana e verista. Ma il punto di vista è sempre quello della musicista rigorosa: smorzature, messe di voce, squillo di acuti e sovracuti (ha inciso anche le arie di Konstanze e della Regina della notte) sono non solo perfetti tecnicamente in sé, ma soprattutto intesi con un preciso obiettivo espressivo. Se la Netrebko incarna in maniera diretta, empatica, quasi ferina le passioni dei propri personaggi, la Rebeka antepone ad essi sempre il velo dell’elaborazione intellettuale, del preciso equilibrio delle passioni: non c’è, va da sé, una scelta più giusta, sono i gusti personali a stabilire una ipotetica graduatoria, e c’è solo da essere grati alla Scala di avere potuto godere di due artiste così grandi a 24 ore di distanza.

Entrando poi nel dettaglio, Marina Rebeka — che si è avvalsa del supporto preziosissimo di Giulio Zappa, che ancora una volta si è dimostrato partner meraviglioso della voce — ha proposto alcune canzoni verdiane (che possiamo definire brutte senza incorrere nel delitto di lesa maestà) e un florilegio tostian-respighiano nella prima parte, con un perfetto equilibrio fra impeto della vocalità e delibazione liberty; nella seconda, invece, tutta russa, si è passato da Cesar Kjui, reso con gusto quasi neoclassico, alla scoperta sentimentalità di Ciaikovski e Rachmaninov, mai fatta cadere però nel sentimentalismo. E poi la carrellata incredibile di bis: a una Butterfly corretta ma poco singolare è seguita una stupefacente “Casta diva”, davvero memorabile nel liquido, onirico trascolorare dell’agilità di grazia, e quindi ancora il Bolero dei Vespri e l’aria di Wally. Pubblico, purtroppo, non folto ma giustamente giubilante.

Essendo il concerto della Netrebko legato a un’incisione discografica per DG, la cantante russa si avvaleva del prezioso supporto di un’orchestra scaligera in grande forma e di un Riccardo Chailly davvero troppo prudente nella — bruttissima — Sinfonia di Aida e in una Danza delle ore priva del rustico grandoperismo padano che la connota intus et in cute, ma capace poi di infondere alle pagine strumentali di Adriana, Manon e Butterfly una severità tragica e una trasparenza strumentale magnifiche. Senza dimenticare l’attenzione rigorosa e intelligente insieme verso il canto di una Netrebko che, superati in fretta i timori di danni inferti dal Covid alla sua voce, ha mostrato davvero perché, oggi, è “la” diva par excellence. Più convincente come Gioconda che come Aida, più commovente come Manon che come Elisabetta, ha saputo trascinare il pubblico (fino al simpatico, delizioso bis col Valzer di Musetta) come poche volte si è sentito recentemente. Un trionfo davvero caloroso, che ha fatto il paio con quello della sera prima: a noi non resta che ringraziare queste due sublimi artiste e il Teatro che ha saputo resistere alle maiores umbrae (per dirla con Virgilio) della pandemia.

Nicola Cattò

Foto: Brescia e Amisano – Teatro alla Scala

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