Martha torna a Ciaikovski: e vince.

BEETHOVEN, Triplo concerto in DO op. 56, A. Margulis vl., J. Margulis pf., E. Moreau; CIAIKOVSKI, Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra in Sib, M. Argerich pf.; BRITTEN, Symphony for cello and orchestra, G. Capuçon vc.; RAVEL, Concerto per la mano sinistra, N. Angelich pf; Orchestra della Svizzera Italiana, J. Kaspszyk dir.

Lugano, Palazzo dei Congressi, 30 giugno 2014

 

Lo farà? Non lo farà? Ebbene, lo ha fatto. Il soggetto è ovviamente Martha Argerich, l’oggetto il Primo di Ciaikovski, già suo storico cavallo di battaglia ma non più eseguito dalla grande Argentina da quindici anni. L’attesa era enorme, tanto che il già capiente Palazzo dei Congressi luganese ha dovuto essere fornito di file supplementari di sedie, per contenere un pubblico che alla fine ha tributato una standing ovation d’altri tempi, davvero meritata. Perché, è quasi banale dirlo, Martha non è più quella che quarant’anni fa si buttava sulle celebri ottave del primo movimento con una velocità, un impeto e una perfezione esecutiva sbalorditivi: oggi c’è qualche nota sporca, cui reagisce, con il suo tipico temperamento leonino, con ulteriore foga, sì che le ultime ottave del primo movimento, per il desiderio di renderle potenti e scolpite, vengono proprio male per un eccessivo irrigidimento del polso. E unito a qualche pasticcio all’inizio dell’ultimo movimento, ho finito con le critiche, con la descrizione di quello che la Argerich non è più: ma quanto è ancora ha del miracoloso. Non esagero: il dominio assoluto del suono, da fortissimi stordenti a pianissimi quasi “soffiati”, il gusto per un rubato continuo e mai fuori luogo, la poesia di un suono perlato semplicemente incantevole, che brilla soprattutto nella parte centrale, in Presto, del secondo movimento. La Argerich non è una pianista che abbia significativamente cambiato il suo approccio alle partiture col passare dei decenni, e anche per questo temevo che il Primo di Ciaikovski, almeno visto secondo il taglio che Martha ha sempre scelto, fosse ormai al di fuori della sua portata: per fortuna mi sbagliavo. Ma non c’era solo lei, in questa pantagruelica serata finale del “Progetto” 2014: c’era anche e soprattutto Nicholas Angelich, che alle undici e un quarto si siede al pianoforte, sgraziato e ciondolante, orsesco anche nell’inchino, e affronta le terribili richieste tecniche del Concerto per la mano sinistra di Ravel con una perfezione che mi ha sbalordito. Ma non è solo questione di note, è il suono, pervaso di eleganza melanconica, ambrato eppure nitidissimo che colpisce l’ascoltatore: quasi una fusione perfetta fra la fantasmagoria dei grandi virtuosi americani e il gusto per il timbro dei francesi. E non basta: Gautier Capuçon aveva proposto, con scelta coraggiosa, la grande Cello Symphony di Britten, amplissima pagina sinfonica scritta nel 1963 per Rostropovich, che ha poi fornito, ovviamente, un modello ineludibile di interpretazione: modello evitato, consapevolmente o meno, da Capuçon, che ai grandi sbalzi timbrici e ritmici dell’originale preferisce una lettura più intimizzata, asciutta, quasi pudica. E suonata benissimo. Chiudo dicendo del Triplo di Beethoven, che ha aperto la serata: persi per strada due dei tre interpreti previsti (l’altro Capuçon e la Buniatishvili), è rimasto il talentino francese Edgar Moreau al violoncello (bel suono ma ancora troppo acerbo), mentre i due valenti sostituti sono stati Alissa e Jura Margulis, lei di gran lunga la migliore del trio, lui autore di pasticci insospettabili e dovuti, forse, alla sostituzione così all’ultimo minuto. Tutto questo tour de force era sostenuto dall’Orchestra della Svizzera Italiana e dal direttore Jacek Kaspszyk: ben pochi suoi colleghi avrebbero accettato di dirigere quattro concerti in una sera (quando di solito ne tollerano a malapena uno) e anche solo per questo gli va il nostro plauso.

Nicola Cattò

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