Marionette per il “Girello” pisano

MELANI Il Girello G. Marcello, A. Allegrezza, R. Pisani, R.A. Strano, J. Schittino; Auser Musici, direttore Carlo Ipata Compagnia marionettistica “Carlo Colla & Figli” regia Eugenio Monti Colla

Pisa, Teatro Verdi, 3 dicembre 2017

 

Dopo Pistoia (a marzo al Teatro Manzoni), il dramma burlesco Il Girello del pistoiese Jacopo Melani (1623-1676), su libretto di Filippo Acciaiuoli, ricompare ora al Teatro Verdi di Pisa, che quest’anno festeggia un secolo e mezzo di vita sotto la direzione artistica di Stefano Vizioli. L’iniziativa è originale perché non coinvolge solo il ben noto ensemble specializzato degli Auser Musici, diretti da Carlo Ipata, ma anche le colorite marionette della premiata ditta milanese Carlo Colla & figli, con la regia del recentemente scomparso Eugenio Monti Colla. Presentato per la prima volta a Roma a Palazzo Colonna nel 1668, questo singolare “dramma burlesco”, che si pone alle origini della commedia in musica, ebbe molte repliche, tra cui una a Venezia nel 1682 al Teatro San Moisè, appunto con “fantoccini”. Sullo sfondo di una sontuosa Tebe (evocata da scenografie di repertorio), racconta, dopo un infernale Prologo di Stradella, dell’umile giardiniere Girello, vessato dai potenti di turno (gli aristocratici consiglieri filosofi Filone e Ormondo) che ne insidiano anche la moglie Pasquella. Vittima della tracotanza dei due è anche Mustafà, creduto schiavo, ma in realtà re di Cipro, e innamorato di Doralba, sorella del Re Odoardo. L’apparizione di un mago, che trasformerà l’esiliato Girello in Re, provoca tutta una serie di quiproquo e malintesi (per la presenza del Re vero e di quello finto che finiscono addirittura con lo scambiarsi i ruoli), non immuni da piccanti allusioni verbali, sino allo scioglimento finale. L’ipotesi che Il Girello sia entrato a far parte del repertorio dei Comici dell’Arte, e la presenza tra i ruoli del balbuziente Tartaglia come carceriere, inducono a trasformare alcuni personaggi in maschere: Girello-Arlecchino, Pasquella-Colombina, i nobili Filone e Ormondo in Balanzone e Pantalone.

Concepita secondo i modelli della tragicommedia spagnola, evidentemente nota al librettista romano, causa i tagli effettuati che espungono i toni sentimentali e seri, l’opera si riduce ad una commedia dai tratti anche farseschi ed è forse il clima carnascialesco in cui nacque l’opera, patrocinata dalla benevolenza del Papa — anch’egli pistoiese — Clemente IX (anche librettista col nome di Giulio Rospigliosi), a consentire quella sottintesa parodia del potere che solo la eccezionalità del Carnevale romano poteva tollerare.

Musicalmente l’opera decolla decisamente nella seconda parte, con qualche bel duetto, qualche concertato, un bel lamento. Ottimo, oltre alla realizzazione strumentale, anche il ritmo narrativo realizzato dal quintetto dei solisti di canto, spesso impegnati in molteplici ruoli: in ordine di eccellenza il controtenore Riccardo Angelo Strano, seguito di un’incollatura dai tenori Allegrezza e Pisani, mentre mi è parso inadeguato il soprano Schittino. Un bel successo, che conferma la necessità di maggior interesse verso i tre fratelli Melani (Jacopo, ma anche Alessandro e Atto), essenziali allo sviluppo del melodramma seicentesco. Da approfondire anche il rapporto tra opere siffatte e la tradizione popolare romana.

Lorenzo Tozzi

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