L’utopia di Beethoven ad Asolo con Maurizio Baglini

Maurizio Baglini

MOZART Sonata in SIb per violino e pianoforte K 454 CHAUSSON Poème Op. 25 per violino e pianoforte MINTZ Sonatina “Quatre Hommages” per violino e pianoforte SARASATE Capriccio basco per violino e pianoforte Op. 24; Fantasia sui temi di Carmen Op. 25 RIMSKI KORSAKOV Fantasia da concerto su “Le Coq d’Or”violino Shlomo Mintz pianoforte Sander Sitting

BEETHOVEN/LISZT Sinfonia n. 9 in re Op. 125 pianoforte Maurizio Baglini Coro dell’Accademia di Pescara; soprano Arianna Cimolin mezzosoprano Luana Grieco tenore Hao Kang basso Cesare Kwon

Asolo, Chiesa di San Gottardo, 10 e 13 settembre 2019

È tornato anche quest’anno ad Asolo, splendido borgo nella provincia di Treviso, celebre meta di poeti e scrittori, artisti e viaggiatori, che qui trovarono ispirazione ed armonia — tra questi il poeta inglese Robert Browning, la Divina del teatro Eleonora Duse, il compositore Gian Francesco Malipiero, la scrittrice e viaggiatrice inglese Freya Stark — il Festival internazionale di musica da camera “Incontri Asolani”, giunto alla 41ª edizione. Uno dei più importanti appuntamenti con la musica da camera, non solo del Veneto, ma anche a livello nazionale, come dimostrano i grandi artisti e le giovani promesse che nel corso degli anni hanno portato le loro sensibilità musicali e le loro interpretazioni del grande repertorio, coniugando un’attenta lettura della tradizione senza tralasciare uno sguardo rivolto alla contemporaneità. Dal 3 al 13 settembre sono stati cinque gli appuntamenti ospitati nella Chiesa di San Gottardo con le sue architetture medioevali e le tracce del Trecento racchiuse tra gli affreschi, per un’edizione dedicata, per volontà di Federico Pupo, direttore artistico di Asolo Musica, alla violoncellista castellana Teodora Campagnaro, che tante volte ha calcato il palcoscenico del San Gottardo e del Teatro Duse e del Teatro Duse nel corso degli “Incontri Asolani”, a 15 anni dalla scomparsa.

Dopo l’apertura con L’urlo di Armida, uno degli appuntamenti più originali della rassegna, che ancora una volta conferma l’attenzione del Festival per gli incroci, gli scambi e le intersezioni musicali — uno spettacolo, prodotto  in collaborazione con musicafoscari, Fondazione Ca’Foscari e Università Ca’ Foscari a firma dal regista Tommaso Franchin che rappresenta un vero e proprio viaggio musicale in chiave contemporanea attraverso alcune delle vicende de La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso e una delle eroine più rappresentative, Armida; il programma è proseguito con il concerto del pianista vincitore del Concorso Busoni di Bolzano, il bulgaro Emanuil Ivanov, e con la serata che ha visto protagonista Mario Brunello assieme al Coro del Friuli Venezia Giulia e il soprano Karina Oganjan, in un programma che ha unito l’austera sacralità luterana di Johan Sebastian Bach con alcune pagine del secondo Novecento.

Shlomo Mintz e Sander Sitting

Il quarto appuntamento del Festival vedeva ospite il violinista Shlomo Mintz in compagnia dell’ottimo pianista olandese Sander Sitting, con un programma che ha lasciato non poche perplessità considerate le attuali condizioni tecniche (e fisiche) del solista, che è apparso stanco, affaticato e con solo alcuni barlumi dell’antico splendore. A testimoniarlo la riuscita mirabile, dal suono caldo e dall’ampio vibrato — un suonare un po’ démodé ai giorni d’oggi, a dire il vero — della “facile” Sonata in si bemolle maggiore K 454 di Mozart, che impegna i due artisti in un dialogo serrato di grande fluidità e piacevolezza. Ma già nel Poème in mi bemolle maggiore op.25 di Ernest Chausson, un brano intimista, denso di nostalgia, con ondate di colori diversi che si sovrappongono su una tela immaginaria di stampo impressionista, i due interpreti hanno saputo dare risalto alle ombre e ai cromatismi wagneriani, ma ben presto sono apparse le prime falle dell’esecuzione, legate soprattutto ad un’intonazione non sempre immacolata. Tralasciamo di commentare la Sonatina Quatre Hommages dello stesso Mintz, che ci è parsa un crogiolo di banalità e di effetti risaputi, l’ultima parte era dedicata a Sarasate, il violinista e compositore spagnolo famoso per le sue doti funamboliche. Ed è qui che sono emersi ancor più i limiti del violinista, forse legati ad una serata non particolarmente felice, che probabilmente avrebbero dovuto consigliarlo per un programma magari più “intellettualmente” impegnato (ancora Mozart o Beethoven), ma non così virtuosisticamente azzardato, chiamato com’era a sciorinare tutte le diavolerie possibili della tecnica violinistica. Se buona è risultata l’esecuzione del Capriccio basco op. 24, poco riuscita la celeberrima temibilissima Fantasia su temi della Carmen di Bizet op. 25, dove Mintz è incappato in evidenti stonature negli armonici e mostrato un gioco dell’arco talvolta stanco. In chiusura del concerto la Fantasia da concerto sul Gallo d’oro di Nikolai Rimski Korsakov, arrangiamento dello stesso compositore russo di alcuni momenti della propria opera Il gallo d’oro basata su una favola di Puškin. Un brano dal caldo memorizzare nella prima parte, mentre tecnicamente più arduo nel finale, risolto comunque dal violinista israeliano con una certa scioltezza. Chiusura con l’Introduzione e Rondò Capriccioso op. 28 di Camille Saint-Saëns, nel quale è emerso il piacevole gusto salottiero unitamente a qualche défaillance.

Chi, invece, ha dato prova di inarrivabili doti di virtuosismo trascendentale e di impressionante tenuta atletica è stato Maurizio Baglini, impegnato nell’esecuzione della Sinfonia n. 9 di Beethoven nella “ineseguibile” trascrizione per pianoforte, voci e coro di Franz Liszt. Si sa che Liszt a partire dal 1851 ne compose una trascrizione per due pianoforti e nel 1864 per una pianoforte solo e per coro. L’intento era quello di creare non tanto un pezzo da concerto, ma un vero e proprio strumento di lavoro per lo studioso che non poteva avere a disposizione mezzi automatici di riproduzione del suono. Le trascrizioni di Liszt, al contrario delle fantasie o parafrasi melodrammatiche, rivolte al momento dell’esecuzione concertistica, erano perciò condotte nel rispetto assoluto della partitura originale e ciò comportava il fatto che il prodotto finale richiedesse spesso una tecnica esecutiva di livello trascendentale. Cosa quanto mi evidente in questa trascrizione, nella quale il pianista Baglini nel corso degli ultimi anni si è cementato di frequente, convinto della qualità altissima di questa versione che — come ha dichiarato al pubblico prima del concerto — è da intendersi come una soggettiva interpretazione del capolavoro beethoveniano da parte di Liszt, chiamato a dare risalto di volta in volta ad alcune voci rispetto ad altre nel groviglio polifonico della partitura. Per non dire dell’ultimo movimento, del quale Liszt propone una versione con la partecipazione di un coro da camera e dei solisti ad eseguire le note volute da Beethoven per l’ultimo movimento, quasi a voler gettare la spugna di fronte all’impossibilità di trascrivere per le dieci dita un tale monumento. E così, ad affiancare Baglini, è stato inviato il Coro dell’Accademia di Pescara e i Solisti dell’Accademia Verdiana 2019, intervenuti nell’Inno alla Gioia a suggellare un’esecuzione da ricordare per il mirabolante e lucidissimo virtuosismo del pianista pisano, capace non solo di sciorinare a memoria le oltre duecento pagine di cui si compone la trascrizione, ma anche di offrire una sua personalissima visione, che metteva in luce il carattere profetico ed anticipatore di questo capolavoro. Qualche limite invece era evidente nel coro, in difficoltà con le ampie estensioni vocali richieste dalla partitura. Ottimi i solisti, tutti galvanizzati dalla forza propulsiva dell’esecuzione di Baglini.

Stefano Pagliantini

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