L’Otello umano e vulnerabile di Jonas Kaufmann

VERDI Otello J. Kaufmann, M. Agresta, M. Vratogna, F. Antoun, S. Shibambu, T. Atkins, K. Rüütel, T. Barnard, I.Sung Sim; Royal Opera Chorus, Orchestra of the Royal Opera House, direttore Antonio Pappano regia Keith Warner scene Boris Kudlička costumi Kaspar Glarner luci Bruno Poet

Londra, Royal Opera House, 24 giugno 2017

 

Nell’immaginario collettivo Otello è la personificazione della gelosia: una specie di hooligan violento e impetuoso che si improvvisa giudice e, sulla scorta di un processo di raccolta di prove sommario e fortemente condizionato, giunge a condannare a morte Desdemona, erroneamente creduta infedele. Ma è proprio così? Otello è davvero soltanto un uomo sconvolto dalla gelosia al punto da commettere quello che oggi chiameremmo un femminicidio? In realtà, il personaggio che Verdi e Boito (e prima di loro Shakespeare) sottopongono alla nostra attenzione è ben altrimenti complesso. Otello è un esperto condottiero della Serenissima, asceso al più alto rango in virtù dei suoi meriti militari. È un uomo forte, coraggioso, fiero, ma anche sensibile e vulnerabile. Rispetto alla sua relazione con Desdemona avverte come problematiche le differenze di età, status sociale, razza. Insomma: siamo di fronte ad un personaggio psicologicamente sfaccettato, che si esprime attraverso un fraseggio vocale vario e sfumato, come si evince chiaramente sia dalla partitura che dall’epistolario di Verdi. Nulla a che vedere con l’Otello con la bava alla bocca, sistematicamente energumeno e roboante, proposto da una prassi esecutiva piuttosto diffusa.

Jonas Kaufmann si discosta dalla linea interpretativa basata sulla stentoreità e sul parossismo per offrire, sulla scia di Jon Vickers (che, in parte, è anche quella di Placido Domingo), un Otello sofferto e contraddittorio, che alterna slanci d’ira ad angosciosi ripiegamenti interiori e che ben esprime la vera tragedia di quest’uomo, irretito da Jago a tal punto da essere trascinato nell’abisso della gelosia e della follia omicida. Nel mettere il suo timbro denso e virile al servizio di un fraseggio articolato, Kaufmann incarna un Otello affettuoso e tormentato, decisamente umano e, in quanto tale, psicologicamente fragile. La recitazione, punto di forza del tenore bavarese, è parsa però meno dettagliata ed incisiva del solito: segno che l’approccio interpretativo – di per sé apprezzabile, nella misura in cui riconduce il personaggio alla sua vera essenza – andrà ulteriormente affinato. Sul piano puramente vocale, certi pianissimi velati ed in falsetto continuano a non essere un modello di ortodossia tecnica ed il registro acuto non ha l’autorevolezza che alcune situazioni richiedono. Il ruolo di Desdemona si sposa alla perfezione con i mezzi vocali e il temperamento di Maria Agresta, che gioca qui le sue carte migliori: timbro morbido, legato esemplare, registro acuto pieno e smagliante, fraseggio eloquente, presenza scenica espressiva; un’eccellente Desdemona, toccante senza essere bamboleggiante. La sorpresa viene dallo Jago di Marco Vratogna (subentrato a Ludovic Tézier, originariamente previsto). Stimolato dal contesto (e, verosimilmente, marcato stretto da Pappano), Vratogna è uno Jago come l’avevano pensato Verdi e Boito: piacevole e piacione, gioviale, all’apparenza di buon carattere e amico di tutti, capace, in forza della sua abilità dialettica, di adattare il comportamento a seconda della persona con cui entra in relazione, così da poterla ingannare o dominare più efficacemente. Se così non fosse, sarebbe arduo spiegare come possa un uomo dell’esperienza di Otello cadere così facilmente nella sua trappola. Tutto ciò viene espresso attraverso un fraseggio elaborato, supportato da una recitazione disinvolta. L’intensità raramente oltrepassa il mezzoforte, in linea con quanto Verdi ebbe espressamente ad affermare, e cioè che, se fosse stato un baritono, il ruolo di Jago l’avrebbe cantato quasi interamente a fior di labbro. Desta forse qualche perplessità la tendenza di Vratogna a scantonare un po’ troppo spesso in una sorta di parlato: difetto veniale, tuttavia, considerata l’interpretazione nel suo complesso. Ottimo il coro, nulla più che discreti i comprimari.

Muovendosi con grande perizia nell’alternanza di accensioni burrascose e passaggi introspettivi, Antonio Pappano compone una concertazione ricca di atmosfera e fortemente teatrale, senza tuttavia mai perdere di vista il sostegno al fraseggio vocale, che trova anzi nel commento orchestrale una corrispondenza d’intenti come di rado è dato ascoltare. Alcune scelte di tempi non usuali e qualche peculiare dettaglio dinamico e strumentale completano il quadro di una direzione ammirevole.

La concezione registica non convince. Essa si avvale, a livello scenografico, di una sorta di black box astratta, che è più uno spazio mentale che non reale; il che non sempre quadra con la recitazione di stampo naturalistico regolata da Keith Warner. Alcuni messaggi simbolici (le due maschere impugnate da Jago subito prima dell’inizio dell’opera, così come l’immagine riflessa nello specchio di Otello, che riproduce quelle stesse maschere) non paiono inseriti in un disegno interpretativo più ampio e sono anch’essi in parziale contraddizione con lo stile della recitazione. Insomma: una messa in scena le cui velleità interpretative si perdono in una realizzazione sostanzialmente illustrativa.

Paolo di Felice

Credits: Catherine Ashmore

 

 

 

 

 

 

 

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