Lo “scontro” Vivaldi-Conti ad Amsterdam: chi vincerà?

La facciata del Concertgebouw (foto di Carlo Vitali)

VIVALDI Kyrie RV 587; Gloria RV 589 CONTI Missa Sancti Pauli Orfeo Orchestra, Purcell Choir, direttore György Vashegyi

Amsterdam, Concertgebouw, 5 ottobre 2019

Sull’austera facciata neoclassica del Concertgebouw scorre un banner luminoso in stile americano che annuncia “Conti vs Vivaldi” quasi si trattasse d’un incontro di pugilato. Lo scanzonato stile promozionale ben si addice a una metropoli ultramoderna, rigurgitante di offerte culturali tra cui è sempre difficile scegliere. Scoperta la mia nazionalità e la causa della mia visita, la gentile taxista che mi aveva raccolto alla stazione di Amsterdam-Zuid mi domanda chi mai fosse quel Conti che ardisce incrociare i guantoni con un peso massimo quale “de rosse priester”. Un mito anche da queste parti, tanto che i buskers russi accampati in permanenza nel passaggio coperto del Rijksmuseum alternano esecuzioni di Kalinka a movimenti delle Quattro Stagioni arrangiati per due violini, fisarmonica e basso di balalajka. Ed io a tentare di spiegarle che il Conti Francesco Bartolomeo era un fiorentino vissuto per un trentennio alla corte degli Asburgo e colà defunto nel 1732. Probabilmente senza mai incontrare Vivaldi, che a Vienna si stabilì nel 1740 per morirvi lui pure dopo due estati.

Nel primo pomeriggio di un sabato d’ottobre stranamente soleggiato (la serie dei concerti si chiama appunto Zaterdag Matinee, ed è gestita in autonomia dalla Rete 4 della radio pubblica, che poi la ritrasmette a una media di 60mila ascoltatori in tutto il paese), ecco lo shock di una fila interminabile alla biglietteria. Sono circa 1500 persone di ogni età, gruppo etnico e ceto sociale; la metà residenti in città ed altrettanti in visita. Questo almeno stando al consuntivo che ci fornirà in tempo reale il direttore artistico Kees Vlaardingerbroek, mentre ancora l’ensemble ungherese guidato dal maestro György Vashegyi sta prendendo posto sul torpedone per continuare il suo viaggio in direzione del confinante Belgio. Anzi gli ensembles sono due: Orfeo Orchestra con strumenti antichi (24 elementi più il veterano Konzertmeister ospite Simon Standage) e Purcell Choir, poco più di altrettanti cantori d’ambo i sessi fra cui un gruppo di sei ferrati solisti. Stella del complesso per polito metallo di mezzosoprano sconfinante nel contralto la bruna fanciullona Eszter Balogh, bella come una primavera della sua Transilvania natìa. Gli altri sono i soprani Katalin Szutrély e Ágnes Pintér, il tenore Bernhard Berchthold, i bassi Thomas Dolié e Lóránt Najbauer. C’è poi da meravigliarsi che da cotanta onomastica mitteleuropea sortisca una pronuncia del latino ecclesiastico pressoché in tutto conforme al canone romano allora in uso a Vienna come a Venezia. Per intenderci niente “Cruzifixus” né “Agh-nus Dei”; indice di gran cura del dettaglio in un direttore che, salvo per una tromba naturale a tratti incerta nell’intonare, non allenta mai la presa sui grandi blocchi collettivi e men che mai sulle entrate a orologeria dei solisti.

Ci si scalda le orecchie con un ficcante Kyrie in sol minore del Prete Rosso per poi passare al celeberrimo Gloria in re maggiore “che tanti petti ha scossi e inebriati” fin dalla sua riscoperta negli anni Quaranta. Chi non l’ha inciso anche in tempi recentissimi con scialo di grandi firme dello star system baroccaro? Eppure suona sempre nuovo e avvincente per la sua sapida mistura fra belcanto spianato e cori ora muscolari ora sussurati con intimo pathos. Senza contare quella fuga finale che Vivaldi avrà pure scopiazzato dal suo misterioso concittadino Giovanni Maria Ruggeri, ma rendendola più efficace e stringente. Fin qui tutto benone, sicché dopo l’intervallo montava la curiosità di sapere come l’oscuro Conti avrebbe risposto al micidiale uno-due del collega veneziano. Ai pochi che già avevano udito la Missa Sancti Pauli in una fresca registrazione Glossa restava una curiosità: saranno altrettanto bravi dal vivo questi Ungheresi? Si sa: col montaggio digitale si può barare…

E invece no. Questo lavoro del 1715 è una cosiddetta Credo-Messe, contrassegnata dalla reiterata professione di fede a uso di rondò. Nel resto una Missa tota di media solennità a doppio coro e orchestra di soli archi; atta comunque a compiacere il melomane Kaiser Carlo VI. Il quale, non satollo di abbeverarsi a un pozzo di scienza contrappuntistica come Fux, volle affiancargli il veneziano Caldara inducendolo a piegare la sua scrittura da chiesa in direzione del prediletto “stile antico”. Ma tra un fugato e una massiccia sezione omofonica rispunta l’inclinazione italiana per i bei disegni melodici e il cantabile. Anche per un teso chiaroscuro drammatico, quale si esprime ad esempio nelle tormentate modulazioni a sorpresa del “Crucifixus” prima della tradizionale ripartenza in quarta su “Et resurrexit”. Conti sa comunque andar oltre la dignitosa routine del maestro di cappella cattolico; quando mai si è inteso un Gloria attaccare in tonalità minore con disegni cromatici discendenti? E quel malioso concertato fra contralto e violino solo sul “Domine Deus, rex coelestis”? Turbolenze spirituali inattese in un compositore che a suo tempo brillò nell’opera buffa e nelle macchinose Festmusiken di corte. Narrano le cronache che la Schottenkirche di Vienna replicò questa Messa per oltre un secolo e mezzo dalla sua composizione. E qui uno spiritello pedante ci ricorda che fra il 1804 e il 1815 Beethoven soggiornò nella Pasqualatihaus, giusto dietro l’angolo. Hai visto mai?

Carlo Vitali

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