Livermore porta Tosca al cinema

PUCCINI Tosca M. Guleghina, R. Park, C. Álvarez, G.B. Parodi, C. Ottino, E. Salsi; Coro e Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Stefano Ranzani regìa e scene Davide Livermore costumi Gianluca Falaschi

Genova, Teatro Carlo Felice, 28 dicembre 2014

“La partitura suggerisce dettagli in primo piano, lenti movimenti di camera che convivono con stacchi improvvisi, montaggi serrati e zoomate vertiginose. In quest’opera troviamo gli archetipi del grande cinema”. Sebbene le osservazioni di Davide Livermore sulla “cinematograficità” della drammaturgia di Tosca come “segreto” della sua peculiare immediatezza espressiva non siano certo inedite, bisogna riconoscere che il regista torinese ha saputo imprimere una particolare efficacia a questa chiave di lettura, ideando per questo nuovo allestimento di Tosca un elemento scenico girevole, a forma di marmoreo triangolo impennato, chiuso in parte da una balaustra, che si prestava splendidamente ad evocare Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e anche la piattaforma di Castel Sant’Angelo, anche se l’azione in questo caso si svolgeva quasi completamente nelle carceri ospitate al di sotto di questo ambiente, al livello del palcoscenico. La rotazione di tale elemento, con la sua obliquità assecondata da un sapiente uso delle luci, accompagnava con prontezza ed efficacia i continui cambi di prospettiva e di registro espressivo del primo atto (da quello amoroso a quello politico della fuga di Angelotti) culminando in un Te Deum dall’effetto davvero potente. E parimenti assecondava il clima drammatico via via sempre più acceso del secondo atto, nel quale la rotazione esponeva a vista le torture a Cavaradossi, mentre sull’elemento superiore l’angusta tavola di Scarpia e il costume di quest’ultimo evocavano un altare e un sinistro officiante, più che un banchetto; e proiezioni sullo sfondo esaltavano i cambiamenti di tono della musica, come l’intrusione distraente della Cantata e della voce di Tosca, oppure una gigantesca crocifissione che suggeriva un parallelo un po’ audace con i tormenti di Cavaradossi. Come quest’ultima, un paio di altre idee registiche hanno lasciato qualche perplessità: la fucilazione di Mario, direttamente alla gabbia della prigione, con i reclusi che rimanevano impassibili in traiettoria di fuoco, oppure l’angelo che sulle ultime note si animava per cercar di fermare Tosca, il cui doppio appariva nel contempo precipitato al terreno; anche se in quest’ultimo caso si potrebbe osservare che tale soluzione appare in sintonia con le ritrosie di Puccini a far concludere l’opera con il suicidio della protagonista, praticamente imposto da Sardou (“la vuol morta a tutti i costi, quella povera donna!”, se ne lamentò caratteristicamente con Ricordi). In ogni caso, nel complesso lo spettacolo è risultato vivo, rispettoso del libretto e della musica ma ricco di ispirazione, assecondato da una direzione d’orchestra assolutamente priva di protagonismi ma scorrevole e pronta agli appuntamenti coi momenti-cardine della partitura, avvalendosi di un’orchestra e soprattutto di un coro all’altezza della situazione.

Per quanto riguarda il cast vocale, l’attenzione era concentrata soprattutto su Carlos Álvarez, al debutto nel ruolo di Scarpia. Giovandosi di una voce non grande ma ben proiettata, il baritono andaluso ha delineato un personaggio interessante anche se sicuramente passibile di evoluzione ulteriore: nel primo atto in effetti Álvarez è sembrato prendere le misure al ruolo e alla tessitura, articolando bene la parte ma senza particolari sfumature e suggestioni; nel secondo però ha approfondito la prospettiva già delineata in precedenza, di un personaggio aristocratico, che non appare schiavo delle passioni al punto di abbassarsi a toni melliflui o insinuanti, ma le iscrive nell’esercizio consapevole del potere, mostrandone così assieme l’umana forza e debolezza.

Per motivi in parte differenti, Mario e Tosca hanno fornito una prova assai più controversa. Sicuramente il malanno di stagione di cui è stato avvertito il pubblico ha accentuato le spigolosità del fraseggio di Maria Guleghina, che in effetti si è prodotta in diverse note precarie e in acuti piuttosto gridati. Quindi è in parte rimasta nelle intenzioni una Tosca certamente inquadrabile nella tradizione ma nondimeno a tutto tondo, generosa di sfumature dinamiche ed espressive, che nonostante le condizioni vocali (e una dizione non certo incisiva) ha comunque trovato momenti efficaci in singole frasi significative (“Egli vede ch’io piango!”). Differente il caso di Rudy Park, che si è alternato a Roberto Aronica e Rubens Pellizzari nel ruolo di Cavaradossi: strana voce di baritenore piuttosto chiuso nei centri che ottiene squillo nel registro acuto solo al prezzo di un’emissione evidentemente sforzata, che ha per conseguenze problemi di intonazione, un canto di breve respiro che lo costringe a inserire fiati all’interno delle singole parole (“ido-latrata”, “spa-simo”, “in-quieta”), e procedendo nell’opera acuti sempre più morchiosi, a partire da un “vittoria!” alquanto gridato per arrivare a un terzo atto quasi imbarazzante. Difficile parlare di interpretazione in queste condizioni: il tenore coreano ha saputo offrire soltanto qualche emozione epidermica nelle frasi più accese del colloquio con Angelotti.

Piuttosto efficace la serie dei comprimari, tra i quali particolare risalto ha meritato Claudio Ottino, un Sagrestano inusualmente cantato dalla prima all’ultima nota, dimostrando che si può offrire un personaggio vivo senza per forza cadere nei consueti abusi e ammicchi.

Roberto Brusotti

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