L’incanto della Rondine rivive a Firenze

PUCCINI La Rondine. E. Bakanova, M. Desole, H. Torosyan, S. Antonucci, M. Mezzaro, D. Shikhmiri, R. Park, A, Gramigni, F. Longari, M. Pluda, G. Frasconi, G. Mazzei, A. Corbisiero, E. Bazzo, T. Bellavista, T.M. Fogarasi, D. D. Jenssens, C. Messeri, H. Watanabe, A. Vacanti, D.Palmieri; Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Valerio Galli regia, scene, costumi e luci Denis Krief

 

Opera di apertura della stagione 2017-2018, La rondine di Giacomo Puccini è arrivata a Firenze, città dove non è mai stata rappresentata, nel centenario della prima rappresentazione, svoltasi a Montecarlo del 27 marzo 1917. La partitura, completata nell’aprile 1916, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, fu poi rimaneggiata da Puccini in diversi momenti. Per l’inaugurazione della stagione, il Maggio presenta la versione originale ed un nuovo allestimento concepito dal regista Denis Krief, che firma anche scene e costumi e luci. Sul podio Valerio Galli, che torna al Maggio immediatamente dopo aver diretto Tosca, l’ultimo dei tre titoli della “maratona” pucciniana, con Butterfly e Bohème, che ha riscosso un grande successo di pubblico.

Nel catalogo pucciniano, La rondine è tra le meno conosciute e rappresentate, nonostante specialisti come Alfredo Mandelli e Fedele D’Amico la considerassero un vero capolavoro del compositore lucchese. Cosa rappresenta La rondine nella storia della musica e per quale motivo ha avuto, sino a tempi recenti, così poco successo, tanto che se ne contano rari allestimenti ed anche le edizioni discografiche scarseggiano?

Come detto, nasce verso il 1914 come tentativo di scrivere (con Giuseppe Adami) un’operetta che piacesse al grande pubblico e, quindi, “tirasse” al botteghino. Non è, però, un Die Fledermaus con qualche spruzzatina di Der Rosenkalier, nonostante si riscontrino elementi sia del primo (soprattutto nella situazione scenica del secondo atto) sia del secondo (nella scrittura musicale). Non è neanche una “Traviata dei poveri”, come fu definita, con toni sprezzanti, da alcuni critici negli anni Venti e Trenta, prima che sparisse quasi dal repertorio per rientrarvi poco più di un quarto di secolo fa. È opera modernissima sia nell’argomento sia nella partitura.

Ha come tema centrale un’avventura, con finale ambiguo ed aperto, proprio come quella del film di Michelangelo Antonioni di circa sessanta anni fa. Magda, bella donna sulla trentina, è legata a Rambaldo, ricco cinquantenne che la mantiene, un “fidanzamento stagionale” (come quello tra Franco e Anna nel film di Antonioni) o poco di più. Incontra quasi per caso Ruggero, venticinquenne o giù di lì, appena sbarcato dalla borghesia di provincia nel bel mondo parigino (così come, in una gita in barca, Franco incrocia Claudia). Se ne invaghisce e decide di portarselo a letto, come si addice in un contesto in cui “si vive in fretta: ‘mi vuoi? ti voglio’. È fatto”. Oggi si scambierebbero numeri di cellulari; allora, lei lo rimorchia in una sala da ballo. Però “imperversa una moda nel gran mondo elegante: l’amor sentimentale”. L’avventura (come quella di Franco e Claudia ne L’Avventura di Antonioni) non dura una notte sola o poco più. I due finiscono in Costa Azzurra, sino a quando Magda si accorge che Ruggero è un gran bravo ragazzo che fa sul serio (come Claudia rispetto a Franco). Tanto sul serio da considerarla “non l’amante ma l’amore”, e di scrivere alla madre per chiederne “la santa protezione”. Di fronte a qualcosa di molto di più di un “fidanzamento stagionale”, nonché a confronto con il proprio passato, Magda se ne va. Non sappiamo dove, lasciando tra i singhiozzi un Ruggero che, prima o poi, tornerà a Montauban, dove “le ragazze son molto belle e semplici e modeste” (e forse impalmerà una di loro). A questa avventura quasi contemporanea (anche a Parigi o a Milano, prima di sposarsi si vuole essere certi di andare d’accordo con la suocera!) Puccini affida una partitura anch’essa modernissima: l’orchestra richiede un grande organico e le voci devono avere incorporato la lezione del “parlar cantando” di quel Der Rosenkavalier che solo da poco più di un lustro prima aveva riformato, quasi senza volerlo, il modo di fare teatro in musica.

Puccini, dopo la tiepida accoglienza che l’opera ottenne a Bologna, in occasione della prima italiana pochi mesi dopo il trionfo monegasco, disse della Rondine: “Vedranno i posteri che bijou!”. Fu forse a causa del soggetto che il pubblico bolognese e la critica si mostrarono disorientati e scettici: si attendevano un’operetta o un’opera di passioni ardenti come Puccini — l’operista italiano par excellence dell’epoca — li aveva abituati, con titoli come Manon Lescaut, Bohème, Tosca, Butterfly e La fanciulla del West e si trovarono di fronte una commedia borghese che si concludeva con la rinuncia da parte della protagonista Magda al grande amore per il giovane Ruggero. L’opera quindi, salvo poche occasioni, uscì dai cartelloni dei teatri e divenne una delle sue meno rappresentate in assoluto considerata addirittura un’opera minore.

Tuttavia Puccini aveva ragione: La rondine è un vero gioiello, un lavoro di primo piano della maturità artistica di Puccini. È un’opera di grande valore e bellezza in cui vi è tutto il compositore: dal canto di conversazione già sperimentato fin da Bohème in cui si aprono squarci lirici affascinanti, alla sottigliezza psicologica con cui sono tratteggiati musicalmente i vari personaggi, dall’uso di motivi ricorrenti che accompagnano i protagonisti ad una strumentazione raffinata. Ed ancora una pittura d’ambiente parigino perfetta, stavolta non di poveri, affamati e infreddoliti bohémien ma di una gioventù dorata che passa il tempo fra feste, locali alla moda e puntate in Costa Azzurra, nonché un uso sapiente e originale dei ritmi di danza, dal preminente valzer a balli più moderni come l’one step o lo slow fox.

A Firenze è stata presentata un’ottima edizione de La rondine. Critiche si possono fare all’orchestra che a volte copriva le voci, ma non so quanto siano attribuibili a Valerio Galli ed all’entusiasmo con cui guidava l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, od alla smisurata buca del Teatro, oppure al posto in cui sedevo (dodicesima fila laterale). La costruzione di un nuovo teatro, come quello della città del Giglio, avrebbe meritato una maggiore attenzione verso l’acustica.

Denis Krief sposta l’azione ai nostri tempi ed utilizza un solo elemento costruito che nel primo atto è un loft elegante dove, durante una cena, la “Parigi-che può” ammira le soffitte e i “cieli grigi”, evocati da Puccini in Bohème, nel secondo diventa le Bal Bullier, una sala da ballo dove la protagonista si reca, travestita, per evadere dal mondo di ricchi e mantenute in cui è finita; lì incontra Ruggero che figlio di un amico del suo attempato amante aveva visto quasi di sfuggita a casa propria. Nel terzo si trasforma nella casetta dove Magda e Ruggero hanno fatto il nido d’amore. Ma tutto è così bianco, dalla stanza da letto alle pareti degli esterni ed alle onde del mare, che pare di essere in Bretagna, invece che in Costa Azzurra.

Ottima la recitazioni di tutti, dai protagonisti ai comprimari. E soprattutto il coro: mancando il Teatro di un corpo di ballo, nel secondo atto i coristi si trasformano, pur cantando, in ballerini sfrenati. La regia, le scene, ed i costumi sono una dimostrazione di quanto – come ha detto Michele Mariotti nel numero di ottobre di MUSICA — l’opera è attuale perché parla di noi.

Ekaterina Bakanova e Matteo Desole sono la coppia protagonistica, splendidi vocalmente sia nel lungo duetto del secondo atto, sia nei tristi e commoventi addii del terzo. Desole è un Ruggero scenicamente efficace ed i suoi ariosi costruiscono a perfezione il personaggio del “bravo ragazzo” di provincia. Fanno loro da contrappunto Matteo Mezzaro e Hasmik Torosyan, rispettivamente Prunier (poeta che rallegra la compagnia) e Lisette (cameriera di Magda, a cui prende furtivamente i vestiti per andare al ballo e tentare una carriera teatrale a Nizza); voci fresche e ben impostate. Stefano Antonucci è Rambaldo, ricco amante di Magda, che sa aspettare che l’avventura tra Magda e Ruggero duri il tempo di un’estate.

Giuseppe Pennisi

 

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