L’impulso dell’Aura di Luca Mosca

LUCA MOSCA Aura (Opera comica in un atto, libretto di Pilar Garcia) F. Giradini, F. Basso, D. Giorgelè, E. Tanaka, K. Petrou, M. Pantelic, S. Korkmaz, E. de Simone, A. Biscontin, C. Graziadei, F. Corrò, V. Corò, A. Watanabe, S. Bozzo, L. Marcuzzi; regia Alvise Zambon; Orchestra del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, direttore Giovanni Mancuso

Treviso, Teatro Comunale, 18 novembre 2016

 

Importante prima assoluta quella allestita dal Comunale di Treviso Venerdì 18 novembre 2016: ne è stata protagonista Aura, la nuova opera comica composta dal maestro milanese Luca Mosca tra il 2015 e il 2016, sulla base di un libretto realizzato da Pilar Garcia.

Ambientata in un futuro assai prossimo, la pièce è imperniata su un gruppo di giovani, ormai totalmente dipendenti dalle nuove tecnologie, perennemente disoccupati e destinati a vivere di espedienti o a percorrere strade molto pericolose. Tra questi emerge Paolo, un giovane spiantato che avendo contratto un debito con Kapu, un boss di quartiere dedito allo spaccio di droghe sintetiche, rischia di subire un fatale regolamento di conti per un mancato pagamento. La decisione della sua bella e generosa ragazza, Aura, di concedersi a Kapu per estinguere il debito, conduce la vicenda ad un esito particolarmente drammatico: infatti prima di incontrare Kapu, Aura assumerà una droga che la farà cadere in una morte apparente, costringendo il delinquente a fuggire per non essere accusato di omicidio e permettendo a Roberto di far proprio il denaro che Aura aveva ottenuto dal boss: l’imprevisto, sorprendente risveglio della ragazza condurrà così l’opera ad un liberatorio lieto fine. Evidenzia a questo proposito il regista Alvise Zambon: «“Amore e devozione”: l’unica strada percorribile mentre tutto ciò che si muove attorno è condannato ad uno spazio di azione limitato, meschino, letteralmente saturato dall’ambiguità e dalla quotidianità più mediocre. Aura, alla fine, ha la fortuna di scontrarsi con la persona più importante della sua vita: con se stessa. Ed è un atto di liberazione e rivoluzione».

La musica messa a punto da Mosca presenta alcune peculiarità assai significative: a dir poco incalzante nella condotta ritmica ed agogica, la partitura è imperniata su una scrittura vocale particolarmente ardua e ben poco incline al facile melodizzare, oltre ad essere strumentata in modo assai originale, facendo ricorso ad un organico inusuale, privo di archi e di ottoni e comprendente tastiere, arpe, chitarre acustiche ed elettriche, vibrafono, due flauti e un clarinetto, organico finalizzato a creare una timbrica particolarissima, tale da permettere non pochi effetti stranianti, tesi a “deformare” tutto ciò che avrebbe potuto risultare legato a schemi tradizionali. Per contro l’armonia più dissonante poteva, in certi casi, risultare assai meno graffiante grazie agli effetti timbrici resi possibili da alcuni strumenti compresi in questo organico (come le arpe e le chitarre, ad esempio): in questo modo, grazie a questa ricerca condotta con estrema coerenza, «nulla è in quest’opera come in superficie ci appare» (Luca Mosca). Una partitura senza dubbio complessa, dunque, mobilissima e, a tratti, assai aggressiva, come richiesto dal soggetto, ma non priva per questo di momenti suggestivi e di situazioni coinvolgenti, culminanti in alcuni trascinanti pezzi d’insieme e, soprattutto, nella movimentata scena finale.

I cantanti impegnati in questo arduo itinerario sono tutti appartenenti (o sono appartenuti) al progetto “Opera Studio” del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, un organismo teso ad avviare i giovani interpreti alla professione lirica promuovendo importanti coproduzioni teatrali: degna di menzione, in particolare, la cantante di origine brasiliana Fernanda Girardini (Aura), soprano lirico notevole per vocalità, presenza scenica e naturalezza, oltre che pienamente calata nel sensibile, ma deciso, personaggio della protagonista. Altrettanto efficace il baritono Dario Giorgelè (Kapu), dotato di una voce assolutamente straordinaria per potenza di suono e per pregnanza timbrica, anch’egli perfettamente calato nel ruolo del “cattivo”, affiancato dai due loschi Bisco (il tenore Andrea Biscontin) e Ria (il contralto Elena de Simone), entrambi ambigui ed insinuanti quanto basta per rendere credibili i loro personaggi malavitosi. Giustamente dimesso e dinoccolato il baritono Francesco Basso, capace di tradurre con efficacia il debole carattere di Paolo, non a caso definito «una collezione di difetti, una tavolozza di imbarazzanti atteggiamenti da gallo cedrone» (Alvise Zambon). Sostanzialmente all’altezza del non facile compito tutti gli altri interpreti, tra i quali segnaliamo almeno il duttile soprano Mirijana Pantelic, nei panni di Mira, insieme a Federica Corrò (soprano leggero) e a Valentina Corò (soprano lirico) abbinate ai frivoli, ma vivacissimi, personaggi di Fede e Vale.

Notevole per vitalità e cura dei dettagli la direzione del veneziano Giovanni Mancuso, un interprete capace di imprimere all’intero lavoro la giusta dose di energia, di ironia e di graffiante incisività, oltre a tradurre con puntuale adesione la non facile articolazione ritmica e l’altrettanto complessa ricerca timbrica dell’autore, grazie anche all’affiatato gruppo di strumentisti del Conservatorio veneziano.

Uno spettacolo, in definitiva, senz’altro riuscito, accolto dal pubblico con vivo entusiasmo.

Claudio Bolzan

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(Foto Piccinni Treviso)

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