L’impeto del Terfel liederista

Recital di Bryn Terfel (Musiche di Schumann, Schubert, Ireland, Keel, Quilter, Ibert) basso- baritono Bryn Terfel pianoforte Malcolm Martineau

Milano, Teatro alla Scala, 28 settembre 2014

Bryn Terfel è una forza della natura, un vero animale da palcoscenico. Virtù non necessariamente associate d’abitudine al canto da camera, che nondimeno il basso-baritono gallese persegue da decenni con perseveranza e convinzione. E in effetti, nonostante la sua vocalità non appaia levigata come quella dei grandi liederisti, ogni Liederabend di Terfel si rivela un evento che forza magnetica e comunicativa dell’interprete rendono difficilmente dimenticabile per chi vi assista.

Alla Scala Terfel ha proposto un palinsesto estremamente articolato, seppure in gran parte focalizzato sul Lied romantico e sul Song inglese della prima metà del Novecento. In esordio, un gruppo di quattro Lieder di Schumann: in “Die beiden Grenadiere” è emersa subito la grande carica espressiva del cantante gallese, che ha saputo delineare un ritratto vivido del vecchio soldato che ritrova intatte le sue energie al richiamo della Marsigliese, figurandosi di sconfiggere persino la morte, pur di difendere il suo Imperatore. Per quanto emessa in modo non del tutto ortodosso, la voce si staglia in tutta la sua robustezza, uniforme nell’intera gamma; le frequenti asprezze e morchiosità risultano coerentemente inquadrate e assorbite dalla sua vis retorica e canora. Neanche la mezzavoce di Terfel è convenzionale: tuttavia essa gli consente ruvide morbidezze (vieppiù contrastanti con la sua fisionomia vocale e con la figura imponente) grazie alle quali è in grado di fornire versioni calde e disarmanti delle canzoni più liriche, come qui “Widmung” e “Du bist wie eine Blume”. Cantante e pianista dimostrano poi di aver colto perfettamente (assai meglio dell’estensore del programma di sala, che vi vede soltanto “un palpitante, languido canto d’amore”) il graffio heiniano di “Mein Wagen rollet langsam”, una delle canzoni più sibilline di Schumann, il cui argomento è piuttosto il sospetto e l’ambiguità dei sentimenti: impagabile il tono e l’espressione perplessa con cui Terfel si appoggia alle sonorità verdognole dei verbi scelti da Heine per l’ultima strofa (“hüpfen”, “spöttisch”, “quirlen”, “kichern”) guardandosi attorno sardonico, perfettamente in accordo con Malcolm Martineau, che sfuma il lungo postludio con aria attonita, allarmata; una visione “teatrale” della performance liederistica che contribuisce a mantenere viva l’attenzione dell’uditorio.

Allo stesso fine, e appoggiandosi alla sua tipica eloquenza diretta e informale, eppure consumata, il cantante gallese ha introdotto quasi ogni gruppo con un piccolo e brillante preambolo: quello che precedeva i Lieder schubertiani proposti a seguire, conteneva anche l’affermazione che “ogni giovane cantante dovrebbe cantare Schubert”. È verissimo, perché la vocalità schubertiana rappresenta un vero campo di prova per testare ed affinare legato, arcata melodica, respiro. Ma proprio tale sublime compiutezza ha messo maggiormente a nudo la natura un po’ rustica dell’organizzazione vocale di Terfel, in particolare in un “Liebesbotschaft” modellato con colori appena senili e carenza di vero velluto, mentre in “Auf dem Wasser zu singen” il canto recalcitrava un pochino a inquadrarsi all’interno della trascinante forza ritmica con la quale il pianoforte evoca lo scorrere del ruscello. Tuttavia “Litanei auf das Fest aller Seelen” è apparso raccolto, plastico e vario (con Terfel indubbiamente non ci si annoia mai!) e “Gruppe aus dem Tartarus” ha concluso la sezione dipingendo la sofferenza dei dannati (dell’umanità intera?) con intensità e autorevolezza.

La parte del recital dedicata ai Songs ha preso avvio con tre canzoni di John Ireland e le Three Salt-Water Ballads di Frederick Keel: un repertorio che alle caratteristiche di Terfel calza semplicemente a pennello. L’identificazione col vecchio lupo di mare di “Sea Fever” appare totale, così come colpisce la statura titanica del “Vagabondo” di Ireland, che rende vieppiù eloquente la contenuta commozione della conclusiva evocazione della “strada polverosa”, “insegna” (“mark”) del viandante. La terza delle ballate di Keel (“Mother Carey”) è un torrenziale scioglilingua, e poco importa qui che nella corsa a perdifiato la voce diventi via via più rugginosa. L’essenziale è che, dopo l’intervallo, essa abbia recuperato tutta la scabra pastosità necessaria per le intense canzoni di Roger Quilter, tra le quali il basso quarantottenne ha selezionato un quartetto di pagine di stampo amoroso e dai toni virilmente malinconici, suggellato dalla più baldanzosa e ardente “Fair House of Joy”; una canzone che in qualche modo preludeva al ben diverso sapore delle Quatre Chansons de Don Quichotte di Jacques Ibert. Sempre in sintonia con l’esperto e sottile accompagnatore, suo collaboratore da una vita, del visionario cavaliere Terfel ha proposto una fisionomia assai convincente: robusto e profondo, ma passibile di intenerimenti. Attingendo a tutte le sue risorse timbriche nel registro medio e grave e alla solidità di quello acuto, Terfel ha così conferito un maschio ardore alla “Chanson du départ” e adeguata solennità alla “Chanson de la mort”.

Non rimane che riferire della lunga teoria di bis, accolti dal pubblico con palpabile entusiasmo: ancora due Songs incastonati tra quattro arie tratte dall’album Bad Boys (recensito su Musica 214), tra le quali hanno particolarmente colpito l’inquietante “Ballata del fischio” dal Mefistofele e un “Credo” dall’Otello certo lontanissimo dall’impostazione e dalle interpretazioni dei grandi baritoni verdiani del passato, ma nondimeno potente, indocile, personalissimo.

Roberto Brusotti

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