Lifschitz, una nuova idea di Bartók

Konstantin Lifschitz

SCHUMANN Ouverture da “Manfred” BARTÓK Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 SCHUMANN Sinfonia n. 3 “Renana” pianoforte Konstantin Lifschitz Stuttgarter Philharmoniker, direttore Marcus Bosch

Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 9 ottobre 2019

Parlando del Terzo concerto per pianoforte di Béla Bartók, composto nella fase estrema della vita del Magiaro, quella americana, si sottolinea sempre l’addolcimento della scrittura percussiva e estremamente contrastata riservata allo strumento, con una svolta netta rispetto ai primi due Concerti: la partitura, in effetti, pensata per la moglie (che però non la suonò mai), voleva in qualche modo andare incontro ai gusti tradizionalisti del pubblico statunitense, dal cui gradimento dipendeva la sopravvivenza economica di Bartók (che pure non fece neppure in tempo a completare la partitura, poiché morì nel settembre del ’45). C’è molto di vero, ovviamente: ma ascoltando la lettura datane ieri sera al Conservatorio di Milano, per la serata inaugurale della stagione della Società dei Concerti (sala molto ben riempita: ottimo segno!) da Konstantin Lifschitz, questa distanza appariva molto meno evidente. Lifschitz, un protetto del compianto Antonio Mormone che, come ha ricordato Enrica Ciccarelli in apertura di serata, lo scoprì appena quindicenne, invitandolo poi con regolarità, fin dalla semplice figurazione di apertura cerca (e trova) un suono terroso, denso, lontano da stilizzazioni nostalgiche. Con lui l’Adagio religioso vibra di brusca drammaticità, nello sbalzo secco delle dissonanze e nel peso conferito ai singoli accordi, e l’Allegro finale carica gli echi folkloristici di un’ansia irrisolta, che anche nei tanti fugati appare volutamente grezza e inquietante. Lifschitz sembra aggredire la tastiera, anche visivamente: supportato da una tecnica di prim’ordine, si conferma musicista interessantissimo, dalla personalità singolare e dalle idee ancora più chiare, sì che il suo Terzo di Bartók risulta, alla fine, agli antipodi di quello — delibato e neoclassico — di uno Schiff, ma anche da quello — brillante e vitalistico — di una Argerich. E la capacità di ascoltare con attenzione l’orchestra (più di quanto gli orchestrali facciano con lui…) è quella di un vero musicista, che ha poi coronato la sua esibizione con una delle sei Danze in ritmo bulgaro dello stesso Bartók.

L’Orchestra Filarmonica di Stoccarda, diretta da Marcus Bosch, è un complesso di buona qualità, quello che tradizionalmente si definisce “solido”: discretamente preciso e pulito tecnicamente (ma forse presentare come bis la Pizzicato-Polka di Strauss non è stata una grande idea: i confronti sono impietosi), con ottoni piuttosto baldanzosi (e nella Renana se ne è apprezzato il contributo) ma, certamente, non dotato di personalità esuberante. Dopo una Ouverture dal Manfred poco convincente, la Terza di Schumann è stata presentata in una lettura tradizionale — nello stacco dei tempi e nelle dinamiche — ma singolarmente asciutta nell’articolazione degli archi e in un fraseggio che non si perdeva in troppi dettagli ma badava all’essenzialità: non indimenticabile, forse, ma sicuramente gradevole.

Nicola Cattò

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