L’Empio punito: alle origini del mito di Don Giovanni

MELANI L’Empio punito R. Pe, R. Milanesi, R. Invernizzi, G. Celenza, A. Allegrezza. Auser Musici, direttore Carlo Ipata regia Jacopo Spirei scene e costumi Mauro Tinti disegno luci Fiammetta Baldiserri    

Pisa, Teatro Verdi, 13 ottobre 2019

I pistoiesi Melani, undici fratelli musicisti attivi nella Roma papalina ma anche a Parigi, ebbero una sorte illustre.  Il castrato Atto, confidente del Re Sole cui diede preziosi consigli in merito ai conclavi romani, Jacopo ed Alessandro sono nomi noti non solo agli storici ma anche ai più attenti tra gli appassionati della musica barocca. Ad Alessandro in particolare si deve il primo esempio di Don Giovanni in musica, soggetto destinato a futuri successi, da Gluck e Gazzaniga sino a Mozart e Stravinski. Ed oggi a tornare in scena in ben due diverse edizioni è appunto L’Empio punito, su libretto dell’arcade Filippo Acciaioli e di Giovanni Apolloni, rappresentato a Roma nel carnevale del 1669 nel teatro del connestabile Colonna a Borgo alla presenza di Cristina di Svezia. Ovvero solo quattro anni dopo il Don Juan di Molière (1665), che già seguiva la tragicommedia spagnola El Burlador de Sevilla di Tirso de Molina (1630) ed il canovaccio del Convitato di pietra di Cicognini (1650) per la Commedia dell’Arte. La musica era appunto di Alessandro Melani, maestro di cappella in S. Maria Maggiore e in S. Luigi dei Francesi, che tentò qui di fondere i caratteri dell’opera veneziana e toscana con quella romana, dunque la spettacolarità scenica (con balli, cori e macchine teatrali) ed interventi di personaggi buffi (i due servi Delfa e Bibi) in un’agile sequela di ariette, recitativi, danze, e cori polifonici di sapore ancora madrigalistico.

Nonostante la farraginosità dell’intreccio, che si svolge non in Spagna ma nella Macedonia, restano riconoscibili i caratteri del Don Giovanni più blasonato: Atamira, figlia del Re di Corinto, corrisponde a Donna Elvira che con la complicità del servo Bibi (Leporello) è stata sedotta da Acrimante (Don Giovanni). Questi uccide Tidemo (il Commendatore che appare come statua al seduttore) ajo e consigliere di Ipomene (Donna Anna) e finisce negli Inferi.

L’opera, una autentica rarità, è tornata solo qualche settimana fa sulle scene per la prima volta a Roma in età moderna al teatro liberty di Villa Torlonia e poi a Rieti con la direzione musicale di Alessandro Quarta e la sobria ma elegante regia di Cesare Scarton. La cosa strana è però che a sole due settimane di distanza un titolo così raro torni in scena anche a Pisa, al Teatro Verdi, con un allestimento totalmente nuovo, altro ensemble e altri cantanti. Segno evidente di una mancata coordinazione tra le programmazioni dei teatri italiani.Al Teatro Verdi infatti la esecuzione musicale, questa volta vicina all’integrale (3 ore e 40), era consegnata agli affidabili Auser Musici diretti da Carlo Ipata mentre la regia era firmata da Jacopo Spirei, allievo di Graham Vick, il cui Don Giovanni mozartiano a Roma è stato di recente sonoramente contestato (vedi la recensione di Maurizio Modugno). Del resto, dopo la riscoperta di Rousset a Beaune e Lipsia (2003), Ipata aveva già proposto una selezione di quest’opera a Pisa nel 2015. Evidentemente a fare da richiamo è stato il 350° della prima rappresentazione dell’opera, conservata nel fondo Chigi della Biblioteca Apostolica Vaticana.  

L’esecuzione ravvicinata delle due versioni consente così inevitabilmente un confronto immediato tra i due allestimenti e salta subito agli occhi come a Pisa si sia optato di mantenere filologicamente al ruolo centrale di Acrimante la tessitura acuta (il controtenore Raffaele Pe in luogo del basso Mauro Borgioni). Del resto, si sa che a Roma tutti i ruoli erano interpretati da uomini per il noto divieto papale.

Mentre al Teatro Torlonia alcune sbilenche pedane e alcune policrome vetrate mobili delimitavano fantasiosamente lo spazio scenico, a Pisa invece trionfa un’idea moderna della messinscena barocca con stilizzate onde che poi si traducono in altrettanto stilizzate fiamme infernali. I colori sono quelli vivaci di un libro per ragazzi (tanto che Ipomene sembra proprio una calligrafica Biancaneve mentre la prigione dell’empio è una gabbia di uccelli) e tutto ammicca, ma con sensibilità aggiornata, alla macchineria seicentesca con effetti scenici semplici ed a vista.La vicenda del seduttore Acrimante (Raffaele Pe), marito fedifrago di Atamira (Raffaella Milanesi), il quale seduce con la forza Ipomene (Roberta Invernizzi) e ne uccide il consigliere Tidemo (Carlos Lopez) è raccontata nei modi di una visualità surreale alla Monty Python, quasi da fumetto dalle forti tinte. E non manca neppure il fido compagno di scorribande di Don Giovanni, il servo Bibi (Girgio Celenza), che trova corrispondenza e ironia nella nutrice Delfa (tenore en travesti).  

Con una durata di circa 50 minuti superiore all’esecuzione di Roma, l’edizione pisana amplia alcuni ruoli e rende molto più espliciti e comprensivi certi snodi drammaturgici, sin dall’inizio col terzetto degli stallieri in livrea che accudiscono enormi sagome equine. E su un enorme cavallo compare anche il Re Atrace, sempre con corona e mantello, che finirà con l’impalmare la provata Atamira, austera e ormai vedovile. Mentre il dissoluto Acrimante, in divisa rossa come l’estroso barone di Munchausen, finirà deportato da Caronte sul suo orrido carro di teschi e scheletri.

L’esecuzione musicale, firmata da un barocchista affidabile come Ipata e particolarmente curata anche nei dettagli della dizione, si avvaleva di un cast assai pregevole, a partire dal controtenore Raffaele Pe, ormai lanciato nell’empireo della grande vocalità barocca, a suo agio nelle molte diverse sfaccettature vocali e caratteriali, da comiche e tragiche, del personaggio principale. Ma accanto a lui si distinguevano la chiaroscurata Atamira della ispirata Raffaella Milanesi, una specie di Donna Elvira tragica e dolente, una ben disposta Roberta Invernizzi, forse un po’ inamidata e statica come Ipomene (troppo fatua oca giuliva), uno spiritoso Alberto Allegrezza come platinata Delfa spilungona in minigonna e calze fumé, ed un poco sbrigliato Giorgio Celenza come Bibi magrittiano con bombetta. Tra i giovani selezionati alla bisogna menzioneremo solo Lorenzo Barbieri (un brunito Atrace) e la Proserpina di Benedetta Gaggioli; più esile il dorato cicisbeo Cloridoro di Federico Florio.

In definitiva, un esperimento ben riuscito e gradito al pubblico, che dimostra ancora una volta come anche una rara opera del Seicento meriti di essere riproposto, pur nei magri tempi in cui viviamo. Un plauso, dunque, al coraggioso direttore artistico Stefano Vizioli.

Lorenzo Tozzi

Foto: Imaginarium Creative Studio

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