L’eloquio composto di Enrico Bronzi

BACH Suite n. 1 in SOL BVW 1007, Suite n. 2 in re BWV 1008, Suite n. 3 in DO BWV 1009 LIGETI Sonata per violoncello solo HINDEMITH Sonata op. 25 n. 3 violoncello Enrico Bronzi

Varese, Salone Estense, 23 novembre 2014

Le Suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach rappresentano per ciascun violoncellista un terreno di confronto praticamente obbligato, che comunque lascia una grande libertà di approccio: come tutta la musica barocca, infatti, le sei Suite reggono alla prova di letture tra loro anche molto diverse. La chiave interpretativa scelta da Enrico Bronzi è incentrata sulla cantabilità, sul modello della vocalità operistica che regola i passi cantabili della musica strumentale settecentesca. Bronzi non è l’unico, naturalmente, ad affrontare Bach da questa prospettiva. È interessante, però, la sua volontà di creare un ponte, proprio attraverso la cantabilità, tra la musica bachiana ed il repertorio del Novecento storico, come ha messo in luce il recital per la Stagione Musicale del Comune di Varese.

A legare le nitide linee del contrappunto bachiano, la teatralità della Sonata di Hindemith del 1923 e le melopee di ascendenza folklorica della Sonata composta da György Ligeti tra il 1948 e il 1953 c’era infatti un fraseggio eloquente e dal respiro naturalissimo, condotto però nel segno di una straordinaria discrezione, senza enfasi né sottolineature retoriche. Con Enrico Bronzi, solista di prim’ordine e camerista finissimo (i quasi venticinque anni di attività ad alto livello con il suo Trio di Parma non possono non lasciare un segno) la musica viene “detta”, proprio come la parola sul palcoscenico deve essere “detta” oltre che “cantata”. È questa la ragione di fondo di un Bach tranquillo negli stacchi dei tempi, restio alla brillantezza, elegante nella forma e naturale nell’eloquio. L’acustica del settecentesco Salone Estense viene del resto naturalmente incontro ad un interprete che punti su un fraseggio ampio e morbido. Permetterebbe, a dire il vero, anche escursioni dinamiche molto marcate, da pianissimi ai limiti del silenzio a fortissimi dal peso orchestrale; Bronzi però ha rinunciato a spingersi ai limiti della paletta dinamica, a differenza di quanto fanno – anche molto bene – altri celebri interpreti, preferendo una «medietas» sonora alla quale si accompagnava una «medietas» virtuosistica da intendersi non come rinuncia al virtuosismo quanto rinuncia all’esibizione del virtuosismo. In questo modo i ritmi di danza delle Suite hanno assunto una rara naturalezza e vivacità (i minuetti soprattutto), mentre nelle sarabande (in particolare quella della Terza suite) si respirava un’aria familiare ed intima, lontana dalle atmosfere misticheggianti nelle quali si ritrovano spesso immerse, in una sorta di wagnerismo ante-litteram tanto affascinante quanto inautentico. D’altro canto la rinuncia all’enfasi sonora e timbrica permetteva a Bronzi di delineare con precisione le linee di un contrappunto che nelle Suite per violoncello bachiane, come del resto nelle Sonate e partite per violino solo, è un vero e proprio gioco illusionistico.

Sulle stesse premesse, cantabilità e chiarezza della resa architettonica, si è sviluppata anche l’interpretazione delle Sonate di Ligeti e di Hindemith, due compositori che rifiutando l’enfasi sentimentale ottocentesca si sono di riflesso accostati, sia pure per via indiretta, alla razionalità della costruzione armonica e architettonica della musica barocca. Certo, in Ligeti troviamo anche la suggestione del virtuosismo diabolico romantico (il secondo movimento della sua Sonata è intitolato, Capriccio, con una evidente allusione paganiniana) mentre la teatralità grottesca di Hindemith è figlia di una pratica dello straniamento tutta novecentesca. Eppure, in entrambi i casi, il violoncellista di Parma ha mantenuto l’aplomb e l’autocontrollo dell’interprete autentico, che si lascia sfuggire le occasioni di fare spettacolo per non perdere l’occasione di fare musica. Ecco la nostalgia acuta del primo movimento della Sonata ligetiana, ecco le atmosfere vitree notturne del terzo movimento della Sonata di Hindemith, il clima spiritato del movimento successivo, lo slancio – ma uno slancio sempre ordinato – del finale. In conclusione, a ribadire – se ancora ce n’era bisogno – la visione unitaria del programma, un bis barocco, il Quinto ricercare di Domenico Gabrielli, e un bis novecentesco, tre dei Dieci preludi per violoncello solo di Sofia Gubaidulina.

Luca Segalla

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