Le inquietudini della Settimana Musicale Senese

CORGHI Blanquette BIZET L’Arlesienne voce recitante Chiara Muti; Orchestra della Toscana, direttore Marco Angius;

Siena, Teatro dei Rinnovati, 10 luglio 2014

AUTORI VARI Cantandi a Deus BOCCHERINI Stabat Mater voci Elena Ledda, Simonetta Soro mezzosoprano Laura Polverelli, Quartetto Bernini

Siena, Chiesa di Sant’Agostino, 11 luglio 2014

OLIVERO Juego de siempre LORCA Antiche canzoni spagnole DE FALLA Sette canzoni popolari spagnole voce Esti Keban-Ofri soprano Ruth Rosique pianoforte Aurelio Viribay; ContemporartEnsemble, direttore Vittorio Ceccanti

Siena, Chiesa di Sant’Agostino, 12 luglio 2014

BERIO Naturale; Canti della tradizione siciliana violino Carmelo Giallombardo percussioni Jonathan Faralli voce Maurizio Sazio chitarra Simone Vallerotonda

Siena, Cortile di Palazzo Chigi Saracini, 16 luglio 2014

Che ne sarà dell’Accademia Chigiana? Uno sguardo retrospettivo sugli eventi trascorsi della settantunesima Settimana Musicale Senese obbliga a guardare con qualche giustificata apprensione al futuro di una rassegna tanto illustre quanto l’istituzione – oggi s’usa dire di alta formazione – implicata in una storia ultradecennale e gloriosa. L’apprensione più che legittima: per questa estate la Settimana è stata salvata quasi in extremis richiamando il dimissionario direttore artistico, Aldo Bennici, per tanti anni alla guida dell’Accademia Chigiana e che, a missione compiuta, ha rassegnato nuovamente le dimissioni. L’avvenire è incerto. Più certo il disinteresse dimostrato dalla città verso una tale eccellenza. Con la candidatura ancora aperta di Siena a Capitale Europea della Cultura per il 2019, l’investimento economico per approntare l’ultima Settimana Musicale restava del tutto inadeguato. Eppure si constatava l’abilità di far lievitare ogni sera l’esito artistico, al di sopra delle aspettative. Stregoneria? Forse sì. Del resto non si saprebbe chiamare altrimenti quanto provocava la musica di Luciano Berio nel cuore dell’estate e di Siena. A concentrarsi in ascolto di Naturale si faceva largo la sensazione che l’esecutore alla viola finisse per farsi sopraffare dal profilo del primo dedicatario, come se le procedure compositive del compositore portassero naturalmente a questo effetto di identificazione tra il violista all’opera – Carmelo Giallombardo– e il violista in ascolto – Aldo Bennici, nel cortile di Palazzo Chigi Saracini. Singolarissima l’illusoria sensazione di trovarsi al cospetto di due Bennici. Il primo, come tutti noi, assisteva al concerto nel cortile del palazzo dell’Accademia da lui diretta per tutti questi anni, fra i corsi per gli allievi e gli appuntamenti della Settimana Musicale Senese. Il secondo era fatto riaffiorare attraverso la musica di Berio scritta per lui e fatta vibrare prima che irrompessero davvero quei canti popolari siciliani dalla voce ipnotica di un maestro di cunto, a specchiarsi nell’impasto di percussioni e nel groviglio dell’elettronica. Più a impronta del direttore artistico non si potevano definire le scelte della settantunesima Settimana Musicale Senese che si fregiava di una dicitura che suonava come un programma: “Specchi”. Ciascun concerto era concepito come la metà di un concerto più ampio, dove erano invitati a specchiarsi, l’una nell’altra, l’entità colta e quella popolare della musica. Specchi, appunto. Il canto di Elena Ledda che evocava la Passio sarda intercettava la voce di Laura Polverelli intenta a scandire con calore e con acume assieme agli archi del Quartetto Bernini le stazioni della Stabat Mater di Boccherini. Erano dodici le stazioni sefardite destinate da Betty Olivero alla voce di Esti Kenan-Ofri – che rendeva percepibile quegli impercettibili salti di tono – e fatte germogliare sullo stesso terreno da cui traeva linfa la lirica andalusa magnificata da Lorca e De Falla e superbamente restituita dal temperamento latino di Ruth Rosique. Niente di scontato o di precotto, dunque, a Siena, a cominciare dal dittico inaugurale dove il compositore Azio Corghi era invitato a trarre dalla stessa raccolta di racconti di Daudet la figura della capretta Blanquette – citata fugacemente nell’Arlesienne – per cui Bizet scrisse una sequenza di numeri musicali che si ascoltavano prima dell’opera nuova, scritta con lo stesso organico da camera impiegato in origine dal compositore francese. A disbrigare il duplice testo – in italiano per Bizet e in francese per Corghi – c’era l’attrice Chiara Muti. Oltre gli specchi restava l’immagine della capretta che pur di respirare aria di libertà affrontò il lupo sui monti. Musica a specchio e apologo toccante. Stava a significare che la libertà si sconta con la morte.

Alessandro Taverna

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© Roberto Testi

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