Le ambiguità mozartiane all’Olimpico di Vicenza

MOZART, Così fan tutte, G. Donadini, L. Regazzo, A. Vendittelli, R. Lupinacci, D. Zanfardino, M. Bussi; Orchestra di Padova e del Veneto, direttore Giovanni Battista Rigon; Coro I Polifonici Vicentini, direttore Pierluigi Comparin regia Lorenzo Regazzo

Vicenza, Teatro Olimpico, 23 giugno 2014

Le Settimane Musicali del Teatro Olimpico di Vicenza, giunte quest’anno alla XXIII edizione, hanno messo in scena l’ultimo titolo della trilogia mozartiana, quel capolavoro sommissimo, tra i capolavori mozartiani, che è il Così fan tutte. Un lavoro che ad ogni ascolto appare sempre più di grandezza ineguagliabile, una vertiginosa immersione nella più viva umanità senza tema di svelarne i lati più reconditi, arrivando ad affermare l’inconsistenza dei rapporti umani, perfino di quelli più profondi, come quelli amorosi.

All’Olimpico, capolavoro palladiano inserito tra i monumenti patrimonio dell’Umanità, si sa che ogni messa in scena risulta condizionata dalle architetture del teatro stesso e particolarmente dal fondale scamozziano che ritrae la città di Tebe con le sue sette vie. Pertanto: o si rinuncia alla drammatizzazione scenica o si azzarda una rischiosa interazione con le scene fisse. È quello che ha deciso di fare il basso veneziano Lorenzo Regazzo, chiamato a cantare e recitare – superbamente – la parte di Don Alfonso e al contempo di ideare la regia del dramma giocoso mozartiano.

Pochi elementi scenici – due divani, una specchiera, un paravento, qualche sedia, una pila da chiesa su cui campeggia una clessidra a segnare lo scorrere rapido del tempo e pochi altri orpelli – e moltissima azione: una girandola di fantasiose invenzioni che suscitano la più sincera – e talvolta amara – ilarità senza in alcun punto travalicare i limiti di buon gusto. Qualche eccesso non guasta l’insieme, semmai qualche sofismo risulta poco chiaro, come la presenza in scena di una giovane attrice di bianco vestita che pettina e accarezza delle bambole (vanità? candore?)

Don Alfonso è un cinico burattinaio, non insensibile al richiamo della carne, unico modo per rapportarsi con le donne; Despina è una cameriera ciabattona, scaltra e avvezza ai fatti del mondo. Anche per lei le pulsioni erotiche sono il motore dei rapporti, ma il suo cinismo non è quello cupo di Don Alfonso, semmai si rivela scanzonato e picaresco.

Nulla serve a fermare gli eventi – così va il mondo, così fan tutte: la sabbia nella clessidra scende implacabile e a nulla possono i proponimenti di Fiordiligi e le baldanzose sicurezze dei due uomini circa la candida fedeltà delle loro donne. Anzi, il tradimento appare quasi consapevole dato che il travestimento di Ferrando e Guglielmo (in kilt scozzese) in realtà non ne nasconde del tutto i tratti alle amanti.

A rivestire i rispettive ruoli un cast ben assortito con Lorenzo Ragazzo a giocare la parte del leone, tanto pienamente padrone della parte vocale e scenica da debordare talvolta in qualche manierismo di troppo, e la Despina di Giovanna Donadini, capace di catalizzare l’attenzione del pubblico con la sua irresistibile mimica facciale oltrechè per indubbie doti vocali. Un po’ squilibrata la coppia femminile: Raffaella Lupinacci offre una vocalità calda e sicura alla parte di Dorabella, mentre non era altrettanto soddisfacente la resa del difficile ruolo di Fiordiligi da parte di Arianna Vendittelli, non sempre a fuoco nelle colorature e nel registro grave. Buona invece la coppia maschile con il Guglielmo fanfarone di Marco Bussi e il più remissivo, anche vocalmente, Ferrando di Daniele Zanfardino.

L’acustica del teatro vicentino non è delle più semplici e, pur nell’ambito di una direzione spigliata e molto teatrale, Giovanni Battista Rigon non ha saputo evitare qualche pesantezza che comunque non ha inficiato per nulla la piena riuscita dello spettacolo.

Stefano Pagliantini

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© Luigi De Frenza

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