La Verdi alla Scala, fra alti e bassi

MAHLER Rückert-Lieder JANÁČEK Taras Bul’ba soprano Petra Lang Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, direttore Claus Peter Flor

Milano, Teatro alla Scala, 20 settembre 2020

Sono ormai alcuni anni che l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi inaugura la sua stagione ufficiale, ospitata all’Auditorium di Largo Mahler, nella prestigiosa cornice del Teatro alla Scala. È un appuntamento atteso, a cui gli orchestrali arrivano concentrati e che questa volta ha avuto un significato particolare, perché coincideva con la ripresa dopo la pausa imposta dal Covid-19.

Gli effetti della pandemia si facevano comunque sentire con l’uso obbligatorio delle mascherine, le code in strada per accedere al foyer, i rigidissimi controlli di sicurezza e la capienza del Teatro del Piermarini ridotta a circa 600 persone. Una volta entrati in sala, però, si è potuto dimenticare tutto per lasciarsi avvolgere dalle note dei Rückert-Lieder di Gustav Mahler. È proprio questa l’impressione all’ascolto della voce del soprano Petra Lang, quella di essere avvolti da una voce che è molto ricca di colore in basso anche se tende ad assottigliarsi nel registro acuto, una voce capace di far arrivare al pubblico tutte le emozioni di cinque Lieder struggenti nella musica e struggenti anche per le parole di Friedrich Rückert.

Petra Lang

Al soprano tedesco ha però creato qualche problema la stravagante disposizione dell’orchestra, che per rispettare il distanziamento tra i musicisti occupava il palcoscenico in tutta la sua profondità (il suono dei timpani era letteralmente aspirato dalla torre scenica sovrastante!), con i fiati relegati sullo sfondo e gli archi troppo lontani tra loro. Il risultato? Nei pianissimi un suono molto ben definito e quasi puntillistico, nelle altre situazioni un suono quasi del tutto sfaldato, perché Claus Peter Flor faticava ad ottenere dagli archi il giusto amalgama. Per esempio le battute conclusive del quinto Lied della serie, Um Mitternacht, che è una sorta di accorata preghiera laica, facevano venire i brividi tanto il risultato sonoro era desolatamente spoglio nella sua essenzialità, mentre le grandi frasi cantabili affidate agli archi – penso in particolare al terzo movimento di Taras Bul’ba di Leóš Janáček – risultavano piuttosto appannate.

Con un’orchestra impossibilitata a sostenerla fino in fondo, Petra Lang ha mostrato qualche incertezza negli acuti, spesso calanti e spesso forzati, incertezze compensate dal fraseggio fascinoso e fluido che da consumata interprete mahleriana invece ha esibito in altri momenti, come nell’attacco nel più doloroso e rassegnato dei Lieder del gruppo, «Ich bin der Welt abhanden gekommen» («Sono ormai perduto al mondo»).

Claus Peter Flor

Se nei Lieder mahleriani Claus Peter Flor ha lasciato a Petra Lang la conduzione del fraseggio, il problema è che ha lasciato correre da sola l’orchestra anche in una pagina che sarebbe da dirigere con un piglio decisamente più incisivo come la rapsodia Taras Bul’ba di Janáček, composta nel 1918 ed ispirata all’omonimo romanzo di Gogol sulle gesta del leggendario condottiero dei cosacchi. Con gli strumenti distanziati sul palcoscenico e con un Flor sempre composto sul podio, la rapsodia di Janáček non è riuscita davvero a prendere il volo, anche se gli orchestrali della Verdi sono apparsi molto in forma e si sono fatti apprezzare per i soli, come l’intervento dell’ottimo primo oboe nel primo dei tre movimenti; veniva ben condotto anche il gioco di richiami tra ottoni, archi e legni nel movimento finale, un gioco nel quale proprio in virtù del distanziamento si poteva percepire bene la dimensione spaziale della scrittura di Janáček. Ha preso il volo, invece, l’ouverture di Ruslan e Ljudmila di Glinka eseguita come bis, tutta percorsa da una gioia di fare musica che ha contagiato il pubblico.

Luca Segalla

L’Orchestra Verdi con Claus Peter Flor

Foto: Giovanni Hänninen

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