La tragedia della guerra secondo Respighi

MOZART Concerto per pianoforte n. 24 K 491 RESPIGHI Sinfonia drammatica pianoforte Federico Colli Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, direttore John Neschling

Milano, Auditorium Fondazione Cariplo, 16 marzo 2018

 

Anche Respighi, il “grande inattuale”, non poteva rimanere indifferente di fronte alla tragedia della Prima Guerra Mondiale, che nel 1914, quando scrive questa monumentale Sinfonia drammatica, non aveva ancora toccato l’Italia, ma che, nella sensibilità del suo autore, già era vista come un evento che avrebbe distrutto non solo le vite di innumerevoli persone, ma anche le fondamenta stesse della civiltà, della cultura occidentale (ovvio, a tal senso, il riferimento alla Valse di Ravel). In questa opera giovanile, scritta poco dopo l’arrivo a Roma (dove rimase per il resto della sua vita), c’è molto del Respighi successivo e maggiore: c’è lo stupefacente virtuosismo dell’orchestrazione, eredità dei cinque mesi di studio con Rimski-Korsakov, che permette impasti timbrici singolarissimi e sempre efficaci, c’è la conoscenza salda delle esperienze tardo-romantiche degli anni precedenti (le sinfonie di Scriabin sono un modello evidente, e risalgono tutte al primo decennio del ‘900, mentre la forma ciclica di Franck è un punto di riferimento costante), e c’è anche un’invenzione tematica che, pur non costante per l’ora e cinque minuti di musica, offre gemme indimenticabili, come l’ultimissima “marcia triste” a mo’ di epicedio. Non abbiamo ancora la felicissima esuberanza della Trilogia romana o il neo-barocco delle Vetrate di chiesa e l’estenuato liberty de Gli uccelli o del Poema autunnale sono ancora lontani, ma tutto viene in qualche modo anticipato in questo magma sinfonico, formalmente perfetto eppure esagerato, tonitruante, a volta dimostrativo: d’altronde in Respighi la forma ha sempre il sopravvento sul contenuto (“Il verso è tutto” scriveva d’Annunzio nel Piacere) e questa Sinfonia drammatica non fa eccezione. L’organico molto ricco (sei corni, legni a tre, un ricco set di percussioni, arpa e organo) richiede uno strenuo impegno all’orchestra e un direttore capace di portare la massima chiarezza nel fitto ordito: a Milano questo c’è stato solo parzialmente perché la Verdi ha mostrato parecchie debolezze, specie fra corni e violini, e John Neschling –il cui meritorio apostolato respighiano è testimoniato in una serie di buone incisioni BIS, fra cui troviamo questa Sinfonia — si accontenta di far filare tutti insieme. E quindi la cosa migliore è stato il movimento centrale, dove gli ottimi legni hanno potuto far mostra di sé in passi solistici di notevole pregio. Molto probabile, in ogni caso, che le prove a disposizione non siano state sufficienti: e per un lavoro così complicato e di rara esecuzione tutto ciò si paga.

Per la prima parte, con ottima intuizione, è stato proposto il Concerto n. 24 K 491 di Mozart, uno dei due (con il K 466) in tonalità minore: Federico Colli ha fatto valere un pianismo misuratissimo, dalle sonorità e dalle dinamiche cameristiche, con piccole e intelligenti variazioni nelle ripetizioni melodiche ed ha scelto una cadenza per il primo movimento (di Orazio Sciortino) di squisita eleganza. Un Mozart più patetico e malinconico che drammatico, con una certa libertà nel fraseggio, con un solista di chiara personalità, che però non riceveva dal podio altro che stanca routine: e difatti la cosa migliore è stato il bis, una Prima sonata di Scarlatti piena di spirito e digitalmente ammirevole.

Nicola Cattò

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