La sconvolgente profondità di Mikhail Pletnev

MOZART Sonata in MI bemolle K 282; Sonata in DO «Parigina» K 330 BEETHOVEN Sonata in LA bemolle op. 110; Sonata in do op. 11 pianoforte Mikhail Pletnev

Varese, Salone Estense, 9 novembre 2018

 

Qualcosa è avvenuto, in Mikhail Pletnev. Il suo pianismo si è inabissato in regioni remote, alla ricerca di un assoluto rigore formale e di una sconvolgente intensità emotiva. Il pianista dai mezzi tecnici poderosi, celebre per le epiche interpretazioni di Ciaikovski, dal Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 fino agli arrangiamenti — dal virtuosismo iperbolico — dello Schiaccianoci e della Bella addormentata, sembra aver lasciato il posto ad un interprete austero e misurato. In realtà sarebbe meglio dire che Pletnev si è sdoppiato, perché resta ancora l’immenso virtuoso capace di scuotere il pubblico quando affronta senza alcun timore il Concerto di Ciaikovski, mentre nei recital riesce a scendere sotto la superficie delle note di Beethoven oppure di Liszt e di Mozart come in pochissimi oggi sanno fare.

Lo scorso maggio, al Conservatorio di Milano, aveva folgorato la platea in recital in cui il Liszt di Funérailles, del Sonetto 104 del Petrarca, della Ridda di folletti e di pagine tarde come Nuages gris — solo per citare alcuni titoli del programma — si alternava al Beethoven delle Trentadue variazioni in do e dell’«Appassionata». A Varese, invece, si è immerso nell’oceano di pece delle due ultime Sonate bethoveniane, fatte reagire come forse nessuno oserebbe fare con due pagine mozartiane leggere e disimpegnate come la Sonata in MI bemolle K 282 e soprattutto la Sonata in DO K 330. E dal suo pianoforte — l’inseparabile Shigeru Kawai che lo segue su tutti i palcoscenici — è uscita ancora una volta una musica inaudita, lontana, transumanata.

Come nel caso del recital milanese gli stacchi di tempo erano lenti, a volte anche lentissimi, il suono era lavorato in ogni dettaglio, il fraseggio assomigliava a una lunga e uniforme pennellata su una tela e venivano messi in luce tutti i risvolti dell’intreccio tra le linee melodiche. È stato senza lusinghe il suo Mozart, senza brillantezza, quasi senza luce. Quando Pletnev ha attaccato, all’inizio del recital, le prime note della Sonata in Mi bemolle maggiore K 282 si è capito il motivo per cui abbia accostato due pagine mozartiane così semplici, anche sul fronte dell’impegno virtuosistico, a due giganti quali le Sonate op. 110 ed op. 111 di Beethoven: il motivo è che con lui tutto diventa profondo, tutto sconvolge.

Le sue dita affondano poco nei tasti e ne sortisce un suono strano e straniato, ombroso e pallido anche nei fortissimi. Il fraseggio è continuamente rallentato, a catturare l’attenzione e i sensi dell’ascoltatore. Con lui nemmeno gli abbellimenti, in Mozart, sono brillanti, perché non cerca un suono né sottile — il vecchio «perlato» degli interpreti mozartiani — né elegante, piuttosto cerca un suono espressivo, un suono che abbia un «senso» nel significato originario del termine, vale a dire una direzione ben precisa in un fraseggio in cui ogni nota conduca ineluttabilmente alla successiva, senza che si verifichi, nemmeno per un istante, alcuna caduta di tensione. Con lui la musica sembra acquistare un enorme spessore nello spazio, perché ogni singola linea della tessitura possiede un colore diverso e una diversa intensità, in modo che noi possiamo percepirle tutte, come nel recital varesino è successo nella fuga alla fine della Sonata in La bemolle op. 110 di Beethoven.

Tra le mani di Pletnev il dramma della musica Beethoven sembra acuirsi all’inverosimile, ma a differenza di quanto accade con un altro grande pianista russo di oggi, Grigory Sokolov, quello di Pletnev è un dramma tutto interiore, un dramma scevro da ogni teatralità. Nel recital milanese i re bemolle ribattuti del primo movimento dell’«Appassionata» beethoveniana sembravano provenire da un altro mondo, tanto erano lenti e misurati, e la stessa impressione si è avuta a Varese ascoltando le celebri battute iniziali della Sonata in Do minore op. 111, che quasi tutti i pianisti eseguono con un piglio eroico e che invece in questo caso risuonavano cupe e tormentate, per non dire della successiva Arietta, tutta immersa in un infinito gioco di chiaroscuri. Cosa si può eseguire, dopo la Sonata op. 111? Dovrebbe esserci solo il silenzio. Invece Pletnev ha concesso il bis più inatteso, una sonata in modo minore di Domenico Scarlatti, che per un’ultima volta ha spalancato le porte su un vertiginoso abisso.

Luca Segalla

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