La regalità di Sir John Eliot Gardiner

Gardiner con l’Orchestra ceciliana

BERLIOZ Le carnaval romain, ouverture DVOŘÁKSinfonia n. 7 n re minore op. 70 BERLIOZ Harold en Italie op. 16 viola Antoine Tamestit Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Sir John Eliot Gardiner

Roma, Parco della musica, Sala Santa Cecilia 15 marzo 2019

Il debutto di sir John Eliot Gardiner sul podio dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia ha lasciato un segno peculiare, fatto di sapienza, tecnica e cospicuità orchestrali invero non ordinarie. Siamo stati subito accattivati dalla disposizione da lui voluta degli strumentisti ceciliani: i violini primi a sinistra, i secondi a destra, violoncelli e viole al centro, i contrabbassi dietro i violoncelli; fiati alle spalle, ottoni e percussioni a destra, ma quest’ultime non sopraelevate come d’uso. È al millimetro la disposizione di Furtwӓngler con i Berliner Philharmoniker negli anni Quaranta, tradizionale in Germania sin dall’Ottocento, passata anche alla scuola direttoriale inglese, tra gli altri a sir Adrian Boult, che l’aveva appresa osservando Arthur Nikisch. E che già anziano si levava contro la disposizione “all’americana”, (propugnata da Stokowski, da Bernstein, di rado da Schippers, ma sempre da Karajan e da Carlos Kleiber): “La nuova disposizione è, lo ammetto, più facile sia per il direttore, sia per i secondi violini, ma sono fermamente convinto che i secondi violini stessi suonino molto meglio a destra. Quando la nuova moda ci ha raggiunto da qualche parte dell’America nel 1908 è stata adottata da alcuni direttori, ma Richter, Weingartner, Walter, Toscanini e molti altri hanno mantenuto ciò che considero il giusto equilibrio”. E quanto non solo ad equilibrio di sezioni (neppur con Pappano ad un livello di così pari sostanza fonica), ma anche e soprattutto a regale potenza e bellezza sonore, la bacchetta di Gardiner ha offerto una performance eccezionale. Se n’è avuta nozione immediata con l’ouverture di Berlioz, Le carnaval romain, abbagliante di colori, prorompente di temi che s’affollano, si rincorrono, emergono e scompaiono con assoluta magia. Ancora Berlioz con l’Harold en Italie a conclusione di programma. Che di capolavoro si tratti – per originalità, per forza evocativa, per continuo involo poetico – non c’è dubbio alcuno. E neppur che la direzione di Gardiner qui sia stata rivoluzionaria e romantica in misura quasi inattesa (e certo superiore alle di lui esecuzioni in disco) tanto ne era l’empito di suono e d’anima. Come è tradizione nota, in ogni compassato gentleman inglese si nascondono una voluttà teatrale e un’ estetica della trasgressione sempre pronte a balzar fuori: così sir John Eliot ha dato luogo per l’Harold ad una “sceneggiatura”, ulteriore rispetto alle semplici indicazioni di Berlioz in partitura e tale da voler la viola solista in continuo pellegrinaggio attorno all’orchestra, con una mimica invero appena ingenua; e l’orchestra poi pronta a balzar rumorosamente in piedi per scatenarsi nell’Orgia dei briganti. Al pubblico è piaciuto, a noi non è parso indispensabile.

Antoine Tamestit (cr Julien Mignot)

Magnifico, per dovizia di sonorità e fantasia d’accenti, il francese Antoine Tamestit, con la sua leggendaria viola Stradivarius del 1672. Al centro del programma c’era la Settima di Dvořák, già di suo minore rispetto alle due sorelle più giovani (Ottava e Nona) date alla luce dal compositore boemo: e che ha comunque avuto in Gardiner un eloquente, splendido declamatore, ma forse non un interprete attento a sottolineare le sottili malinconie, le lievi pulsazioni nostalgiche del dettato melodico, quelle dolci nebbie della memoria che sempre distinguono la musica di Dvořák. Applausi interminabili per Tamestit, per Gardiner e per un’orchestra certo in grande spolvero.  

Maurizio Modugno

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