La poesia aristocratica di Lortie ai Pomeriggi

LEOPOLD MOZART Un viaggio in slitta MOZART Concerto per pianoforte e orchestra n. 20 K 466; Concerto per pianoforte e orchestra n. 26 K 537 “Krönungskonzert” Orchestra I Pomeriggi Musicali, pianoforte e direttore Louis Lortie

Milano, 17 gennaio 2015

Trovo sia corretto, quando ci si accinge a esprimere le proprie opinioni sopra un concerto, mettere le carte in tavola, visto che il mito del giudizio assolutamente imparziale e senza pregiudizi è – appunto – nient’altro che un mito. Io, nei confronti di Louis Lortie, ho un enorme pregiudizio: ma positivo. Lo considero senza dubbio uno dei migliori pianisti odierni, che unisce una tecnica di prim’ordine ad una fantasia che è frutto insieme di sublime istinto e profondo studio: sì che le sue esecuzioni, specie nei suoi cavalli di battaglia come Liszt e Chopin, riuniscono come davvero raramente si ascolta il virtuosismo più brillante all’analisi più lucida della partitura. Lortie è un aristocratico della tastiera, ed inoltre è un vero direttore, non un solista che finge di dare qualche attacco alla bell’e meglio: lo si vedeva, nel concerto tenuto ai Pomeriggi, dalla precisione del gesto, dal senso dell’anticipo, dal dialogo sempre costruttivo tra i fiati e la tastiera, e dal “peso” conferito alle introduzioni sinfoniche. E quindi il suo K 466 non cercava a tutti i costi uno spessore da Romanticismo stürmisch, ma si affidava ad un inquieto trascolorare di sonorità e armonie, con una chiarezza nella dinamica che è il tratto migliore del Lortie direttore (questo era palese anche nella graziosa, ancorché innocua, pagina di apertura: la Gita in slitta di Mozart Vater). Il pianista, poi, traeva dal suo Fazioli sonorità liquide, immateriali, pronte a vorticare in una cadenza (quella di Beethoven) di impressionante nitidezza: e anche la Romanza era lontanissima da sdilinquimenti e zuccherosità di vario tipo, preferendo Lortie una cantabilità diretta e semplice, persino ironica nel balzare degli staccati. Tutto diverso, poi, il suono che il grande pianista canadese si inventava per il Concerto “dell’incoronazione” (peraltro funestato da una lunga pausa dovuta ad un malore di una spettatrice): più corposo, “virile”, con una digitalità più netta e brillante e un continuo gioco di piccoli rubati alternati a infallibili variazioni che punteggiavano un Larghetto ancora una volta sereno e non melenso. Non è solo un grande pianista, Lortie: in un’epoca di mitragliatori della tastiera, è un’oasi di intelligenza e poesia.

Nicola Cattò

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