La pietas di Petrassi e Shostakovich a Santa Cecilia

Andrés Orozco-Estrada (©Musacchio, Ianniello & Pasqualini)

PETRASSI Noche oscura SHOSTAKOVICH Sinfonia n. 7 in do maggiore op. 60 “Leningrado” Orchestrae Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Andrés Orozco-Estrada maestro del Coro Ciro Visco

Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 1° marzo 2019

Al suo pubblico, appassionato di musica del Settecento e dell’Ottocento e che considera anche quella della Seconda Scuola di Vienna come contemporanea e sperimentale, l’Accademia di Santa Cecilia ha offerto un programma di metà del Novecento con due composizioni molto differenti tra loro: atonale e rarefatta la Noche oscura di Petrassi del 1950-51 e fortemente tonale, ritmica e timbrica la settima sinfonia Leningrado di Shostakovich del 1941. Una giustapposizione astuta di due lavori di grande rilievo. Noche oscura mancava dal lontano 1994.

Della Leningrado,invece, si sono ascoltate esecuzioni a ridosso del centenario della nascita di Shostakovich, nel 1998 (Valery Gergiev) e nel 2010 (Kirill Petrenko). Nel 2013, all’Auditorium di Via della Conciliazione, l’Orchestra Sinfonica di Roma (successivamente disciolta) ne ha presentato un’esecuzione (Francesco La Vecchia) molto particolare: accompagnata da un ingegnoso corredo audiovisivo di Andrea Giansanti, con il contributo registico e tecnologico di Tiziano Panici ed il supporto della musikhouse di Andrea Carfagna, “faceva vedere” la musica con proiezioni che ricordavano il film Napoléon di Abel Gance (che utilizzava tre schermi). Nelle pareti laterali all’orchestra immagini computerizzate (a volte in 3D) fornivano il clima (le nevicate, le betulle, simboli di guerra e di pace) mentre nel fondo dell’orchestra si vedevano filmati d’epoca sul lungo assedio di Leningrado (900 giorni), uno degli aspetti più brutali della seconda guerra mondiale: 630.000 civili morirono di fame e freddo, oltre che per i continui bombardamenti aerei.

Leningrado è quindi partitura molto più nota al pubblico romano di quanto non sia Noche oscura. Alla replica del primo marzo, tuttavia, molte file dell’immensa Sala Santa Cecilia (2744 posti) erano vuote ma c’erano anche numerosi volti nuovi. È un’indicazione che molteplici “abbonati storici” hanno disertato il programma, ma che un pubblico più giovane si sta avvicinando alla sinfonica di Santa Cecilia. A mio giudizio, il Presidente e Direttore artistico Michele Dall’Ongaro merita di essere incoraggiato a non abbandonare l’opera di rinnovamento dei programmi e del pubblico che sta perseguendo con gradualità ed energia. Alla lunga, è un lavoro che pagherà, anche perché l’alternativa è restare ancorati al passato con un pubblico destinato a diminuire per ragioni anagrafiche. Ho l’impressione che i “nuovi” ascoltatori fossero venuti specialmente per Shostakovich.

Importante, però, riportare l’attenzione del pubblico su Petrassi, oggi spesso ingiustificatamente meno ricordato di quanto merita. Grande innovatore e grande didatta di allievi come Aldo Clementi, Franco Oppo, Mauro Bortolotti, Wolfango Dalla Vecchia, Robert W. Mann, Kenneth Leighton, Peter Maxwell Davies, Cornelius Cardew, Ennio Morricone, Marcello Panni, Boris Porena, Fausto Razzi, Ivan Vandor, Jesus Villa Rojo, Marcello Giombini, Domenico Guaccero, Francesco Pennisi e Daniele Paris. Una squadra che ha marcato la storia del Novecento musicale italiano.

Noche oscura è parte di quella “musica dello spirito” (non necessariamente cattolica o cristiana) che ha dato contributi importanti dopo la seconda guerra mondiale, anche a ragione della vera e propria tragedia del conflitto. Vale la pena ricordare che una quindicina di anni fa l’Associazione Nuova Consonanza, di cui Michele Dall’Ongaro, è stato uno degli animatori, dedico il proprio festival annuale interamente alla “musica dello spirito”.

Noche oscura è ispirata dal cantico del carmelitano, teologo e poeta spagnolo San Juan de la Cruz, autore di una lirica in otto strofe (cinque versi ciascuna) che narra il percorso mistico dell’anima verso Cristo tramite la metafora della fanciulla che, nel buio della notte, raggiunge l’amato per fondersi con lui. È un tema principe della “musica dello spirito”. Petrassi lo declina con un grande equilibrio tra il trascendente (il percorso dell’anima) e l’immanente (la metafora della fanciulla) con una scrittura atonale ed un tetracordo di quattro note (si-do-sol-la) che costituiscono la cellula principale della composizione (una durata di circa venti minuti). La sfida è quasi più per il coro (guidato molto bene da Ciro Visco) che per l’orchestra. Andrés Orozco-Estrada è giovane (classe 1977) ed ha grande dimestichezza con la musica del Novecento. Ha tenuto egregiamente l’equilibrio tra il sacro (il trascendente) ed il profano (l’immanente). Il pubblico ha mostrato apprezzamento per un lavoro che gran parte dei presenti ascoltava per la prima volta.

La Leningrado –-come si è detto — è stata eseguita a Roma più volte dal vivo e ne esistono numerose edizioni discografiche. È una sinfonia nota ed amata, una delle più note tra le 15 di Shostakovich. La sinfonia venne eseguita sia a Mosca, sia a Leningrado assediata, dall’orchestra del Bolshoi diretta da Samuel Samosud rispettivamente il 5 ed il 29 marzo 1941. Venne suonata in tutte le maggiori città russe e portata, in microfilm a Teheran e da lì al Cairo ed a Londra, venne ripresa in tutto il mondo. Venne ascoltata, per radio, in tutti i Paesi dove giungevano le trasmissioni diretta da Arturo Toscanini. Soltanto nel 1942-43 ce ne furono 62 esecuzioni unicamente negli Stati Uniti con bacchette come Stokowski, Mitropoulos, Koussevitski, Ormandy, Monteux, Rodzinski — per citare esclusivamente i più noti. Divenne il simbolo della resistenza al nazismo e della forza dell’arte contro le dittature e le guerre.

Andrés Orozco-Estrada fonde mirabilmente l’elegia per i caduti in guerra con la passione di Shostakovich per la città, i suoi canali, i suoi viali, i suoi giardini, la cultura che si respira ad ogni angolo. Ciascuno dei quattro movimenti ha un titolo: la guerra, il ricordo, la patria, la vittoria. Ma i titoli non sono in linea con i contenuti musicali. Nel primo, il più lungo (27 minuti) un allegretto, si rievoca il tempo di pace; Orozco-Estrada sottolinea le variazioni su temi de La Vedova Allegra di Lehár ed il graduale ascendere del rullo dei tamburi. Nel secondo e nel terzo (un moderato ed un adagio) l’accento è sulla melanconia Nel finale, un allegro ma non troppo, abbiamo la speranza di un mondo migliore e della ricostruzione. Prevale la pietas sull’eroismo.Nell’interpretazione ascoltata il primo marzo, è il trionfo della luce sulle tenebre, della civiltà sulle barbarie. Tutti molto bravi, con una menzione speciale per le percussioni. Dopo circa 80 minuti di rigoroso ascolto, ne sono scoppiati dieci di ovazioni.

Giuseppe Pennisi

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