La “Petite Messe” austera e antioperistica di Campanella a Vicenza

ROSSINI Petite Messe Solennelle soprano Barbara Frittoli contralto Sara Mingardo tenore Alfonso Zambuto basso Davide Giangregorio Schola San Rocco, direttore Francesco Erle direttore concertatore e primo pianoforte Michele Campanella secondo pianoforte Monica Leone harmonium Silvio Celeghin

Vicenza, Teatro Olimpico, 31 agosto 2019

Giunge alla settima edizione, il Festival «Vicenza in Lirica», ideato, organizzato e vivificato in ogni dettaglio dall’ottimo Andrea Castello: punta di diamante del cartellone 2019 è probabilmente la produzione della rarissima Diavolessa di Galuppi, ma di non minore prestigio è stato il concerto inaugurale, con un’esecuzione di ottimo livello della Petite Messe rossiniana. Sembrerà banale dirlo, ma il potere disporre di uno spazio unico al mondo — nonostante il caldo torrido — quale il Teatro Olimpico aggiunge una dimensione di spiritualità profonda, una spiritualità assoluta e quasi a-confessionale: e la semplice scelta di cambiare la disposizione delle luci durante il “Preludio religioso”, conferendo alle scene dello Scamozzi una tinta purpurea, ha esaltato la lettura severa e intima proposta (quasi ad anticipare lo stile dell’ultimo Liszt), al pianoforte, da Michele Campanella. In effetti, il grande pianista napoletano ha messo in pratica quanto dichiarato nelle pagine del libretto di sala: la sua Petite Messe, per la quale si è assunto interamente l’onere della concertazione, è lontanissima da qualsiasi tentazione romantica o para-operistica, nella continua ricerca di sfumature verso il piano e il pianissimo, nel serrato concatenarsi dei numeri, nella “diffidenza” per la facile cantabilità. Il che non vuol dire aridità espressiva, anzi: la semplicità della concertazione esaltava la purezza, l’intimità di questa Petite Messe, facendone un collegamento ideale verso il Cecilianesimo di fine Ottocento.

Michele Campanella

Idealmente, a questa ricerca di sonorità raccolte e sfumate avrebbe dovuto contribuire un coro molto limitato nell’organico (non si dimentichi che Rossini la immaginò per “12 cantori dei tre sessi”, includendovi i 4 solisti) mentre la “Schola San Rocco”, esibitasi a Vicenza, toccava i 45 membri: pur lodandone, quindi, l’eccellenza di risultati, la bontà dell’intonazione e la precisione nell’esecuzione delle due complicate fughe, non si può non lamentare una certa mancanza di trasparenza e leggerezza. Fra i solisti vocali, piuttosto netta, e prevedibile, era la differenza di risultati fra le due donne, dai nomi celeberrimi, e i due uomini, ancora all’inizio di carriera: Sara Mingardo, soprattutto, ha confermato una volta di più la sua classe infinita, cesellando un “Agnus Dei” semplicemente memorabile, mentre Barbara Frittoli è sembrata saper ancora offrire al pubblico il prezioso velluto vocale delle sue indimenticabili Contessa o Fiordiligi, solo leggermente consunto. Ma la raffinatezza con cui ha reso il “Crucifixus” è quella della vera, grande artista. Davide Giangregorio è un basso dal bel colore e il suo “Quoniam” ha favorevolmente colpito, nonostante molti dettagli, sia tecnici che espressivi, siano ancora da mettere a fuoco; del tenore Alfonso Zambuto ho avuto, invece, impressione meno positiva perché, a fronte di un buon materiale di base, l’emissione appariva spesso “indietro”.

I quattro solisti

Teatro sold-out e pubblico concentratissimo, nonostante le temperature tropicali; Vicenza in Lirica prosegue fino al 15 settembre: dopo la Diavolessa di Galuppi, un raro intermezzo buffo (Bacocco e Serpilla di Orlandini) e un Elisir d’amore, il gran finale è caratterizzato dal recital, sempre all’Olimpico, di un vero, immenso artista quale Ferruccio Furlanetto.

Nicola Cattò

Foto: Colorfoto Artigiana

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