La Netrebko e altri divi nell’inverno di Santa Cecilia

WAGNER Tannhäuser: Ouverture e Venusberg LISZT Concerto in la maggiore n. 2 per pianoforte e orchestra BERLIOZ Symphonie fantastique op. 14 pianoforte Benjamin Grosvenor Orchestra dell’Accademia di S. Cecilia, direttore Kent Nagano

Roma, Parco della Musica, Sala S. Cecilia, 8 dicembre 2014

VERDI Macbeth (selezione) DVOŘÁK Othello, Rusalka STRAUSS Till Eulenspiegel soprano Anna Netrebko Orchestra e Coro dell’Accademia di S. Cecilia, direttore sir Antonio Pappano

Roma, Parco della Musica, Sala S. Cecilia, 22 dicembre 2014

Seguiamo Kent Nagano fin da quando era direttore dell’Opéra di Lione, apprezzandone senza soluzione di continuità l’eleganza e l’intelligenza, le scelte repertoriali e la griffe originale. Questo suo concerto ceciliano offriva un programma assai ben articolato. E subito, già nel Tannhäuser, egli dava lussuosa misura d’un virtuosismo direttoriale che ha fatto sua l’Orchestra dell’Accademia con un’assurance totale e con una calcolata vertigine: che, dopo le auree e meste solennità dell’Overture, nella musica del Venusberg ha toccato un climax d’esaltazione travolgente. Nagano ha poi sostenuto con sapienza l’allure cocasse, la continua dialettica tra serietà e sberleffo, tra “punta di penna su carta” e “olio su tela”, del Secondo di Liszt: ove peraltro ci sarebbe voluto un pianista ben più agguerrito e audace del giovane Benjamin Grosvenor, per arrivare ad un esito d’assoluta rotondità. Tuttavia è stata la Symphonie fantastique di Berlioz a dar misura piena delle qualità del Nostro. Che non ha scelto il taglio visionario e teatrale dei Mitropoulos o dei Munch: ma quello, pensato secondo un “ésprit de géometrie”, degli Ansermet, dei Markevitch, dei Boulez, con tempi assai lenti e spaziati e non per questo meno foriero d’una tensione però tutta sprigionata nella mente, prima data sottotraccia, poi fatta angoscia, quindi delirio imploso, ma devastante. Volta a mostrare con emozione e rigore la struttura e la materia nella loro totale nudità, aliena dal décor estetizzante come dal gesto magniloquente, questa Fantastique si è stagliata come un monumento all’essenza della musica e alla sua più assoluta bellezza.

Molta attesa e molto battage per il concerto di sir Antonio Pappano con Anna Netrebko. Il cui filo conduttore ci è parso invero assai difficile da reperire: Verdi, Dvořák e Richard Strauss, musica operistica e poemi sinfonici, Shakespeare e le fiabe mitteleuropee, collimano poco o nulla tra loro. Sì che da tali giustapposizioni sortiva un gusto un po’ demodé, se non da prom concert di alto bordo. Star indiscussa dell’occasione, la Netrebko si presentava con due arie da quel Macbeth verdiano da poco debuttato al Metropolitan, ossia l’entrata e la scena del sonnambulismo. Il soprano russo, ben si sa, nasce al mondo dell’opera negli anni Novanta come lirico d’agilità. Oggi ella guarda senza ambagi ai ruoli da drammatico d’agilità, dal Trovatore al Macbeth appunto e presto a Norma, non disdegnando parti da lirico spinto quali Manon Lescaut e Tosca. Non diremmo per naturale evoluzione della voce, ma per mere ambizioni interpretative. La Leonora di Salisburgo l’ha vista carente sul piano dell’accento, del legato e dell’agilità: tuttavia era ancora cantata con la sua “vera” voce. Questa Lady invece, compitata passo dopo passo su quella della Callas, mostrava un timbro artefatto, innaturalmente reso scuro e grifagno e uno sforzo, un’impressione di gridato, un’articolazione confusa (la declamazione della lettera sfiorava il ridicolo), che non sono l’autentico canto verdiano, ma una sua mediocre imitazione. Anche i contrasti dinamici, distribuiti in modo non speculare alla parola scenica, sembravano talora posticci, sempre poco “veri”. Esito prevedibile della fatica vocale, il re bemolle del sonnambulismo assai incerto. Abbiamo ritrovato la Netrebko migliore nell’aria di Rusalka: il timbro pregevole (ma già appena usurato), il volume, le belle smorzature, hanno dato la misura di valori sostanzialmente condizionati alla propria natura. E ribaditi nel bis, Cäcilie di Richard Strauss, esplosivo di fervore e di suono, forse la cosa migliore della serata. Che peraltro vedeva un Pappano ora frettoloso (un Till Eulenspiegel mai così superficiale), ora slentato (“Patria oppressa”), ora in saturazione fonica (i ballabili), ora in cerca d’originalità non tutte riuscite (i cori delle streghe). Sala stracolma, ma applausi convinti solo per Rusalka e Cäcilie.

Maurizio Modugno

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