La nascita del suono al LAC di Lugano

BEETHOVEN Sinfonia n. 9 soprano Christiane Oelze mezzosoprano Anna Bonitatibus tenore Christoph Strehl basso Olafur Sigurdarson Orchestra della Svizzera italiana, Coro della Radiotelevisione svizzera, direttore Vladimir Ashkenazy

Lac, Lugano, 25 settembre 2015

Finalmente è arrivato per il Lac, due settimane dopo l’inaugurazione, anche il momento del primo concerto, ovviamente affidato all’Orchestra della Svizzera Italiana — con il suo direttore ospite principale, Vladimir Ashkenazy — e, molto tradizionalmente, alla Nona di Beethoven (peccato non avere iniziato con un altro, iconico brano beethoveniano: Die Weihe des Hauses!). Anzitutto, com’è l’acustica della sala, di cui l’ingegnere che l’ha concepita parla nel numero di ottobre di MUSICA? Posso ovviamente descrivere solo le sensazioni vissute dal mio posto, che era nella fila A (la prima in caso di buca orchestrale aperta, la quinta in serate concertistiche), molto centrale: ebbene, il suono è certamente generoso, forse più massiccio che riverberante, ma certamente ricco di vibrazioni che si diffondono piacevolmente anche attraverso il pavimento. A questa ricchezza dovranno abituarsi i musicisti dell’orchestra, finora costretti in quell’ambiente sordo che era il Palazzo dei Congressi, per evitare eccessi e squilibri fonici che al momento non so se attribuire a precise scelte di concertazione o a inopinate conseguenze dell’ambiente sonoro: penso, ad esempio, al vibrante emergere dei legni nell’ultimo movimento. In ogni caso, la Nona di Beethoven è un test completo, per i musicisti e la sala stessa: l’idea del formarsi della materia sonora dal nulla, dal caos ctonio, è l’essenza di quei celeberrimi salti di quinta discendente dell’inizio, una sbozzarsi dell’idea musicale dalla materia grezza, del logos dal brodo primordiale: un effetto che ha un suo parallelo solo nell’inizio dell’Oro del Reno wagneriano e che affascina moltissimo, quasi che la sala stessa stia cercando il proprio mondo acustico. Come che sia, la concertazione di Ashkenazy — forse non un sommo direttore ma certamente un grande musicista — mi è parsa volutamente problematica, un sottolineare il senso di fatica nello sbozzarsi della materia sonora, che solo a poco a poco (soprattutto dal grande Adagio) sembra davvero affermarsi. Non si cerca praticamente mai il bel suono, e neppure le vertigini metafisiche di tanti sommi interpreti: il terzo movimento ha una cordialità di espressione che non è semplicistica ma profondamente umana, così come la prima enunciazione del tema dell’Inno alla gioia, affidata a celli e contrabbassi, aveva un tono quasi colloquiale, intimo. Se poi il finale, nonostante l’apporto di un coro in grandissima forma, non ha sortito l’effetto sperato è perché i quattro cantanti (con l’eccezione della brava Anna Bonitatibus: ma, si sa, il mezzosoprano ha parte assai poco vistosa nella Nona) sono risultati impari alla bisogna: il tenore Strehl non ha lo squillo e la nettezza che la sua parte “Alla marcia” richiede, il basso Sigurdarson ha una certa stentoreità ma troppa indisciplina vocale e una pronuncia fallosa, mentre Christiane Oelze era in tali, spaventose condizioni vocali da rendere ogni sua nota uno strazio.

Nicola Cattò

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