La Mistica del Cosmo: quando il canto barocco diventa vita vera

La Mistica del Cosmo: musiche di Caresana, Händel, Cesti. Mezzosoprano, regia e direzione artistica Raffaella Ambrosino coreografie Irma Cardano danzatori Ensemble Ivir Danza direzione del coro Alessandro Tino, Orchestra Vocale Numeri Primi, Consulenza Tecnica Midiware Produzione Adagiosonoro

Napoli, Palazzo Reale, 9 luglio 2020

Anche quest’anno il Napoli Teatro Festival Italia, la rassegna diretta da Ruggero Cappuccio, si conferma una vetrina prestigiosa per le eccellenze culturali e artistiche napoletane. Lo dimostra uno spettacolo come La Mistica del Cosmo, prodotto da Adagiosonoro, che definire concerto barocco sarebbe limitativo.

Si è trattato in realtà di una live performance, composta da brani registrati di un Magnificat di Cristoforo Caresana, da audio originali della Nasa della missione Apollo 11, e poi da danza, arie  barocche,  effetti speciali digitali. Uno spettacolo “son et lumière” sospeso tra XVII e XXI secolo, in una atmosfera rarefatta, in cui l’intelligente coreografia ideata da Irma Cardano per l’ensemble Ivir Danza fungeva da continuum drammaturgico, grazie ai quattro bravissimi danzatori sempre in scena.

L’evocativo gioco di luci faceva emergere dal buio la vera protagonista, il  mezzosoprano Raffaella Ambrosino che, accompagnata da un piccolo ensemble barocco, ha eseguito arie di Cesti (“Disserratevi abissi”) e Händel (“Lascia ch’io pianga” e “V’adoro pupille”), ma ha anche interagito con bravura con i ballerini, creando con loro quadri emozionanti che evocavano il tema del titolo.

Di particolare forza drammatica è stata la scena della deposizione dalla croce: se il Magnificat è il canto di gioia con cui Maria rivela ad Elisabetta la sua maternità, come racconta l’evangelista Luca, per la Ambrosino, che ha curato anche regia e direzione artistica, l’annunciazione porta già in sé il dolore per la morte di quel figlio amatissimo. Una sofferenza che neanche la certezza della resurrezione può lenire per la madre dolente che sorregge il Cristo morto. Dunque, la Maria del Magnificat non è soltanto la Vergine deipara, ma è già la Mater dolorosa. E, di quadro in quadro, diventa Gea, la Madre universale, che non si limita a generare il cosmo, ma entra nella storia dell’umanità per condividerne gioie e sofferenze.

A parte le doti teatrali, la Ambrosino ha mostrato nelle arie di essere una cantante barocca di altissimo valore, per la qualità del timbro e la tecnica finissima, la cura del fraseggio e gli ornamenti mai artificiosi, ma sempre appropriati. A ciò, il mezzosoprano ha aggiunto un’interpretazione di intensa drammaticità che ha liberato la sua esecuzione dai lacci (o dalle “ritorte”, per dirla con Händel) di un barocco soltanto “filologicamente corretto” che avviluppano molte asettiche interpretazioni del genere, e ci ha ricordato che il canto barocco è anche carne e sangue, dolore e vita vera.

Con l’inedito Magnificat a 16 voci, recuperato alla Bibliothèque Nationale de France e registrato dall’Orchestra vocale “Numeri Primi” diretta da Alessandro Tino, lo spettacolo ha avuto anche il merito di riportare l’attenzione su Cristoforo Caresana, uno di quei musicisti, con Francesco Provenzale, che nella seconda metà del ‘600 preannunciarono la fioritura  della grande Scuola musicale napoletana, preparando il terreno per il magistero di Alessandro Scarlatti e degli altri maestri partenopei del ‘700.

Lorenzo Fiorito

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