La maestra e l’allievo: il trionfo della Pires

DEBUSSY Pour le piano BEETHOVEN Sonata in do op. 111 pianoforte Maria João Pires

RAVEL Miroirs BEETHOVEN Sonata in MI bemolle op. 81a «Les Adieux» pianoforte Julien Brocal

Varese, Salone Estense, 29 marzo 2015

Siamo abituati a vedere in Maria João Pires una raffinata interprete capace di straordinarie invenzioni timbriche nel repertorio settecentesco e dell’Ottocento francese, una mozartiana purissima dall’eleganza affabile e sfuggente. Una pianista, insomma, in apparenza lontana dagli abissi di una pagina come la Sonata op. 111 beethoveniana. In apparenza. Nell’ultimo appuntamento della Stagione Musicale del Comune di Varese la Pires ha scosso il pubblico con un’Op. 111 di altissimo valore drammatico, in cui la musica sprofondava nel silenzio e le pause si caricavano di una tensione esasperata. Un unico arco emotivo si estendeva dalle prime battute del movimento iniziale alla conclusione dell’enigmatica Arietta, sublimata e trasfigurata in uno spolverio di trilli. Di solito ascoltando l’Arietta si ha l’impressione di una progressiva ascesa verso l’olimpo dei suoni, dal momento che la scrittura beethoveniana si sposta lentamente verso la zona sovracuta e la tessitura si fa sempre più translucida. Con la Pires, invece, l’impressione era paradossalmente quella di sprofondare nell’interiorità, perché anche le ultime pagine conservavano una cantabilità segreta, immerse com’erano in una sorta di mormorio intimo e dolcissimo. Il pubblico è rimasto annichilito, come è rimasto annichilito anche il giovane allievo Julien Brocal, che la quasi settantunenne pianista portoghese si è portata con sé concedendogli l’onore di dividere la serata. A Brocal toccava la sonata «Les Adieux», risolta sul piano tecnico (passaggi a posto, un cantabile di buona fattura) ma chiaramente ancora acerba su quello interpretativo, soprattutto in un finale che tradiva la preoccupazione di fare tutto per bene; con una Pires in stato di grazia nell’Op. 111, però, il confronto sarebbe stato impossibile in ogni caso. Brocal si è difeso bene nella prima parte della serata, mostrando di essere un giovane di indubbio talento. La Pires ha esordito con Pour le piano di Debussy, lui ha risposto con dei Miroirs raveliani in cui non sono mancati momenti fascinosi, dal tocco pungente di Noctuelles alle suggestioni di La vallée des cloches. Certo, la ricchezza della tavolozza timbrica non era la stessa della sua insegnante, le sonorità tendevano ad essere eccessive (ma con l’acustica del settecentesco Salone Estense è molto difficile trovare i giusti equilibri sonori al pianoforte), Alborada del gracioso era solido, impeccabile e ben poco fantasmagorico. Il fatto è che mentre Brocal dava l’impressione di inseguire la musica, la Pires sembrava semplicemente accoglierla, dote che è una prerogativa dei grandi. Lo ha dimostrato, la pianista portoghese, in un Pour le piano immerso in una timbrica cangiante eppure definita con precisione millimetrica, in cui l’agilità digitale ed il nitore esecutivo erano solo le premesse e non il fine dell’interpretazione.

Luca Segalla

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