La grazia delicata di Agnese al Regio

Markus Werba e Maria Rey-Joly

PAER Agnese M. Rey-Joly, M. Werba, E. Rocha, F. Morace, A. Giovannini, L. Cirillo, G. Della Peruta; Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino, direttore Diego Fasolis regia Leo Muscato scene Federica Parolini costumi Silvia Aymonino

Torino, Teatro Regio, 17 marzo 2019

A leggere il bellissimo programma di sala pubblicato dal Regio di Torino — esemplare per chiarezza, serietà musicologica, varietà dei punti di vista e, non ultimo, eleganza grafica — ci si convince quasi della necessità di riproporre l’Agnese di Paer, quest’opera semiseria del 1809 composta per un’occasione privata (l’inaugurazione di un teatrino nella villa fuori Parma del conte Fabio Scotti). Certo, è un titolo che ebbe all’epoca molto successo, che piacque a personaggi come Chopin e Napoleone, che scandalizzò Stendhal per la rappresentazione troppo cruda e realistica della pazzia di Uberto, e la cui partitura fu ripresa e ampliata da Paer in anni successivi (1819 e 1824) per voci ben altrimenti dotate di quelle — semidilettantesche — che crearono i ruoli. Tanti temi di quegli anni di svolta nel melodramma italiano, travolto dalla rivoluzione rossiniana, tornano in questa Agnese: la pazzia (stavolta non per amore), il mezzo carattere dei personaggi, l’uso di melodie ricorrenti, l’accostamento di personaggi buffi ad altri patetici, il passaggio da forme tipiche dell’opera settecentesca alla “solita forma” belcantistica, e altro ancora. Agnese, insomma, sembra un’opera perfetta sulla carta, nel suo svolgimento delicato e poetico, che parla di un padre che ritrova il senno dopo averlo perduto a seguito del “tradimento” della figlia, innamoratasi di Ernesto: vi si intrecciano moderne (all’epoca) teorie psichiatriche, topos dell’opera larmoyante, un trattamento orchestrale non solo professionale ma, anzi, raffinato e appassionante nella ricchezza di passi concertanti (si ascolti il solo del corno che precede l’aria di Uberto nel secondo atto). Manca una sola cosa, ma fondamentale: il colpo d’ala, l’invenzione melodica memorabile, quella rottura degli schemi che sorprenda l’ascoltatore, che lo desti (anche in senso concreto: la recita pomeridiana vedeva più di una palpebra calata…) dall’ovvietà delle intenzioni, dalla prevedibilità delle idee. Soprattutto nel primo atto, di lunghezza smisurata (90 minuti), la noia domina questa Agnese, nonostante la qualità davvero alta dell’esecuzione: certo, questo era l’unico titolo che si sollevava, nelle intenzioni, dal grigiore mortale di questo nuovo corso gestionale del Regio di Torino, ma con molto maggiore profitto si sarebbe ascoltata, stando nell’ambito della comédie larmoyante, una Cecchina di Piccinni o una Nina di Paisiello.

Diego Fasolis cerca di cavare il sangue dalle rape: e ascoltando la sua orchestra, ariosa e incisiva, splendidamente luminosa e teatralmente varia, quasi ci riesce. Ma, appunto, il problema è quel “quasi”. Fra i cantanti, il migliore in campo è certamente Markus Werba, cui la facile parte di Uberto (scritta da Paer, buon cantante, originariamente per se stesso) non pone alcun problema vocale, e che sa rendere con grande finezza di intenzioni, mentre Maria Rey-Joly, Agnese, oltre ad essere un po’ stridente in acuto e imprecisa nella coloratura, non ha la personalità per commuovere davvero e rendere palpitante un personaggio così arruffato.

Sempre elegante (ma meno che nel Barbiere luganese dello scorso settembre, ancora con Fasolis) la vocalità limpida e luminosa di Edgardo Rocha, e apprezzabile la misura con cui Filippo Morace dà voce e corpo a Don Pasquale, l’«intendente dell’ospedale dei pazzi». E bene ha fatto Leo Muscato a evitare letture psicanalitiche, che la musica non avrebbe potuto sostenere, puntando tutto sulla levità di un gioco scenico di grandi scatole di latta, destinate a medicinali, che aprendosi rivelano i vari spazi scenici, come in una casa di bambole: particolarmente felice, in tal senso, l’apertura della cassetta del pronto soccorso che, nell’ultima scena, mostra — quasi dea ex machina — Agnese e l’arpa che la accompagna pronte ad eseguire la canzone che ridarà (per finta o veramente, chi lo sa…) la salute mentale ad Uberto. Depurata di qualche eccesso parodistico nella recitazione (specie per quanto riguarda il personaggio di Ernesto), la regia di Muscato sa davvero trarre da questa placida e un po’ inerte partitura tutto lo scarso potenziale teatrale che essa contiene. E forse è l’ambizione maggiore che un uomo di teatro possa porsi…

Nicola Cattò

Foto: Edoardo Piva – Teatro Regio di Torino

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