La forza percussiva del Mahler di Chailly

MAHLER Sinfonia n. 6 “Tragica” Filarmonica della Scala, direttore Riccardo Chailly

Milano, Teatro alla Scala, 19 febbraio 2019

Esecuzione talmente fluida e convincente che rivela – qualora ce ne fosse bisogno – la maturità artistica della Filarmonica della Scala, che – grazie alla meticolosa e musicalissima direzione di Chailly – si incunea in tutti i meandri cromatici e timbrici di questa impervia tessitura compositiva, senza batter ciglio, anzi dimostrando (pur con qualche leggera sbavatura) la padronanza dello stile mahleriano e un’indubbia personalità sonora di primissima levatura.

Ben marcato e spedito il primo movimento, con gli archi dal suono brillante e pastoso, aiutati dal gesto plastico e armonioso di Chailly, che sottolinea ogni minima suddivisione. Ottoni in splendida forma e percussioni (acclamatissime) dalla metronomica precisione. Ne sortisce un movimento dai colori fulgidi e smaglianti, tra atmosfere sature di sonorità e armonico fragore mahleriano e zone di musica più rarefatta, che l’orchestra di Chailly ci restituisce in tutto il suo espressivo nitore. E ben ha fatto Chailly a seguire la seconda e la terza edizione nella quale Mahler anticipa l’Andante moderato allo Scherzo, per mantenere quella struggente e carezzevole tenerezza che già si assaporava – qua e là – anche nel primo movimento. Prime parti dei fiati in gran spolvero, per un suono nitido e rotondo di qualità eccellente qualità. Glissati degli archi sciorinati sempre con gran gusto e compostezza, mentre da fuori scena si ascoltano i classici campanacci mahleriani. Struggente i temi del corno inglese e del corno francese. Anche l’assolo (uno dei tanti) di De Angelis al violino, impeccabile per intonazione e fraseggio, si staglia come una stella luminosissima. Peccato, davvero peccato che subito dopo si ascolti un leggero infortunio del corno francese (non l’unico per la verità). Impeccabili, invece, gli archi negli impervi passaggi nel registro acuto e sovracuto, dimostrando una maturità artistica invidiabile. Scherzo dalla virulenza iniziale così maschia, che ben contrasta con altre parti decisamente più leggere e delicate, anche se la pulsazione continua dei registri più gravi continua in modo continuo ed incessante con quella figurazione ritmica con acciaccatura, che viene reiteratamente riproposta. Poi subentra la grazia del Trio, in cui la materia musicale si ingentilisce.

Il Finale, allegro moderato, è aperto dalla delicatezza delle due arpe e dal suono sempre così appassionato dei violini con le percussioni che giocano tra loro, mentre le prime parti di legni e ottoni sono impegnati in impervi “a solo”, ben risolti. Applausi scroscianti e particolari acclamazioni per il direttore e per i percussionisti, che indubbiamente hanno affascinato la platea con i loro interventi plateali e spettacolari, così come la partitura mahleriana richiede.

Carlo Bellora

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