La felicità spumeggiante del Barbiere “di” Lele Luzzati

ROSSINI Il Barbiere di Siviglia K. Tarver, E. Belfiore, A. Antoniozzi, D. Balzani, G. Sagona, D. Mura, M. Rotondi, L. Alberti; Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Alvise Casellati regìa Filippo Crivelli scene Emanuele Luzzati costumi Santuzza Calì
Genova, Teatro Carlo Felice, 22 giugno 2014

Una vena di genio purissimo e un insopprimibile anelito alla felicità accomunano l’ispirazione di Rossini e quella di Lele Luzzati, generando la particolare e profonda sintonia che si è sempre evidenziata in ognuno dei tanti spettacoli rossiniani curati dal rimpianto artista genovese. Non fa certo eccezione il Barbiere creato tre lustri or sono dalla “triade” Luzzati-Calì-Crivelli per il San Carlo di Napoli, e che è approdato ora al Carlo Felice, teatro che peraltro aveva già prodotto nella stagione dell’inaugurazione (1992) una messinscena luzzatiana del capolavoro di Rossini (con la regia di Egisto Marcucci). Rispetto a quel precedente, l’allestimento napoletano si è rivelato ancor più esuberante: una vera festa di colori e di arabeschi, di trovate piccole e grandi, come la chitarra di Figaro, il cui fondo dischiude un fornito necessaire di barberia, o la poltrona-carrozzella in cui il povero Don Bartolo, dopo esser stato vistosamente sbarbato, rimane rinchiuso e trasportato su e giù per la scena, il che conferisce letterale credibilità alle battute dei cospiratori “l’amico delira / la testa gli gira”. Incantevole il patio fronzuto in cui Rosina ci attende per la Cavatina, e spumeggiante l’esplosione floreale che suggella l’istantaneo matrimonio col Conte; bellissimi i costumi, tra cui spicca quello imponente, dal taglio rinascimentale, di Don Basilio. Di tale contesto favolistico e coloratissimo la regìa di Crivelli, che conferisce un ruolo particolare a uno stordito Ambrogio (qui l’ottimo Luca Alberti), vero alter ego di Don Bartolo, sa approfittare con grazia e creatività, assecondata in quest’occasione da cantanti particolarmente credibili e convinti nel dar vita al proprio personaggio.
Meno entusiasmante il lato musicale dello spettacolo. Alvise Casellati (subentrato a Francesco Cilluffo dopo le prime recite) ha diretto con discrezione un cast da cui emergeva la graziosissima Rosina di Elena Belfiore, interprete vivace e voce agile, pur percorsa da un vibrato eccessivo che vi infondeva qualche screziatura quasi senile; il vibrato inficiava anche la voce di Alfonso Antoniozzi (Don Bartolo), poco appoggiata e facile a stimbrarsi, per quanto anche in questo caso riscattata dall’eloquenza e dalla disinvoltura dell’interprete. Kenneth Tarver (Almaviva) è un tenore piacevole e corretto ma non elettrizzante né seducente, mentre nel caso di Figaro (Domenico Balzani) il limite era costituito da una vocalità stentorea, avara di sfumature, che conferiva in particolare ai passaggi di agilità (spesso aspirati) un tono sgraziato, ad esempio alle cascate di quartine accentate del duetto con Rosina (“ma l’avrà da far con me”). Al baritono di Alghero va riconosciuta tuttavia una rara prontezza di riflessi: nella recita a cui ho assistito, per uno di quei contrattempi che a teatro non mancano mai, Don Bartolo non è rientrato in scena a tempo dopo l’imprevisto matrimonio della pupilla, e Figaro è stato lesto (come si conviene al personaggio) ad impossessarsi, adattandole, delle battute di recitativo che spettano al tutore (l’edizione rinunciava, come tradizione vuole, all’aria del Conte “Cessa di più resistere”), riuscendo a far procedere lo spettacolo fino all’attacco dell’Allegro finale, durante il quale il tardivo ingresso di Antoniozzi è stato talmente disinvolto da sembrar voluto. Chapeau!

Roberto Brusotti

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© Marcello Orselli

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