Janine Jansen e Antonio Pappano in dialogo brahmsiano

MALIPIERO Concerti per orchestra SCHUMANN Sinfonia n. 4 in re minore op. 120 BRAHMS Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 77 violino Janine Jansen Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Antonio Pappano

Roma, Auditorium Parco della Musica, 21 febbraio 2015

Anche quest’anno, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si è impegnata, con benemerito spirito di servizio, a riesumare una delle tante pagine «sepolte vive» del nostro Novecento musicale. Questa volta le luci della ribalta si sono riaccese sui Concerti per orchestra (1931) di Gian Francesco Malipiero, in ciascun pannello dei quali predomina una ben determinata famiglia di strumenti. Tuttavia, vuoi per l’antiedonistica scrittura e il tono in prevalenza elegiaco delle sezioni concertanti, vuoi, forse, per una vis ironica — specie negli episodi-cornice dei Concerti — non còlta dal pubblico, la reazione di quest’ultimo è stata piuttosto algida (come questa composizione, del resto), anche se un «Bravo!» le prime parti se lo sarebbero rispettivamente meritato. La prima parte del concerto si è poi conclusa con una grande lezione d’invenzione interpretativa. Ciclica a livello tematico, a livello formale la Quarta Sinfonia è ellittica, ché allo sviluppo del primo movimento non segue una sezione di ripresa, procrastinata, per così dire, nel quarto movimento, il quale, tra l’altro, condivide con quello iniziale la pressoché medesima impennata agogica (Langsam – Lebhaft). Ebbene, Pappano è pienamente riuscito a restituirle quello statuto di «Fantasia sinfonica» così come in un primo tempo il compositore intese titolare, all’atto della sua revisione, questa sua, invero, «Prima» Sinfonia. Oltre ad assecondare perfettamente la virtuale assenza di soluzione di continuità tra tutti i movimenti (non solo quella prescritta tra terzo e quarto), a conferire alla composizione compattezza ed energia viepiù crescente è stata, soprattutto, la scelta di dirigere con andamento alquanto sostenuto il Vivace del primo movimento — tutta un’altra musica nel ritornello dell’esposizione… — e con moto il secondo movimento e la sezione centrale del terzo (Trio). La nordica Romanze ha quindi assunto il tono di una briosa, rapsodica ballata, mentre lo Scherzo quello di un inquieto, «kreisleriano» ballabile. Infine, perfettamente assecondato dai professori d’orchestra, il gesto di Pappano ha impresso escursioni dinamiche esuberanti, addirittura elettriche avanti il fugato e la vigorosa stretta — questa volta sì ipercinetica — del movimento conclusivo. Dulcis in fundo, la serata si è conclusa con l’esecuzione del Concerto per violino di Brahms, che la solista Janine Jansen aveva già proposto al pubblico del Parco della Musica nel 2012 e che tra poco ascolteremo in disco, sempre con Pappano e l’orchestra romana. La stoffa del suono della violinista olandese non è velluto pesante, ma seta leggera, con infinite sfumature nelle mezzetinte. Ancora, la varietà del vibrato — talora intensissimo, mai nervoso — e la mirabile aderenza dell’archetto alla cordiera hanno consentito alla Jansen di gareggiare con Pappano a chi meglio affusolava e spianava la teoria di frasi musicali. Primeggiando, parrebbe, benché la compostezza e la fin troppo coerente lettura «con (brahmsiano) intimo sentimento» della Jansen sia rimasta sorda alle baldanzose sollecitazioni di Pappano nell’ultimo movimento del Concerto: un Allegro veramente giocoso. Sebbene l’eloquio quasi sussurrato della Jansen, impeccabile e nitidissimo, abbia dunque obbligato l’orchestra a fare un passo indietro, Pappano è stato comunque un eccellente miniatore, nel mettere a fuoco squisiti dettagli dell’intrico contrappuntistico di questa partitura. Parimenti delicata e austera è riuscita la bachiana Sarabande dalla Seconda Partita, che la Jansen, senza fare una piega nonostante la faticaccia di prima, ha sciorinato come bis. Ah, dimenticavo di dire che, dopo Malipiero (ahilui!), l’applausometro della Sala Santa Cecilia ha rilevato ben più alti indici di gradimento.

Alessandro Turba

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