Il virtuosismo riservato di Gianluca Cascioli

BEETHOVEN Sonata in MI bemolle op. 81a «Les Adieux» CASCIOLI Tre intermezzi CHOPIN Scherzo n. 1 in si op. 20 COLLA Notturno VII Mosarc SUMERA 1981 da Two Pieces from the Year 1981 PROKOFIEV Sonata n. 3 in la op. 28 pianoforte Gianluca Cascioli

Milano, MAC, 27 gennaio 2017

 

 

Esistono delle costanti nel pianismo di Gianluca Cascioli, che resistono tenaci a prescindere dalle scelte stilistiche di volta in volta compiute. È necessario metterle bene a fuoco, se vogliamo comprendere uno dei pianisti più interessanti ma anche, per alcuni aspetti, più radicali delle scene concertistiche di oggi. In Cascioli c’è innanzitutto un grande rigore nel rispetto della partitura, nell’analisi della forma e nella resa precisa di ogni dettaglio. C’è una tecnica superlativa per l’agilità digitale, per la pulizia del fraseggio ed il raffinato uso del pedale, c’è uno stupefacente controllo dei piani dinamici anche nei pianissimi ed a velocità sostenute. Lo si è visto bene nel recital milanese tenuto al MAC davanti ad un pubblico di pochi intimi, poco meno di duecento persone, anche se nel piccolo spazio di Piazza Tito Lucrezio Caro gestito dall’Orchestra Verdi si sono dovute aggiungere delle sedie per fare posto a tutti. Per un pianista è quasi impossibile, in una sala acusticamente infelice come quella del MAC, rendere la chiarezza delle linee melodiche e del disegno contrappuntistico. Cascioli ci è riuscito, dando prova non solo di possedere una tecnica fuori dal comune, ma anche di sapersi adattare alle condizioni acustiche più estreme.

È una tecnica, però, che non ha nulla di spettacolare. Lui stesso non possiede il carisma e l’enfasi dell’interprete virtuoso che prova piacere nel sedurre il pubblico. In passato ha dato qualche volta l’impressione di essere un pianista celebrale, un intellettuale che “dimostra” al pubblico una partitura più che “suonarla” per il pubblico. Eppure, se ascoltiamo bene, nelle sue interpretazioni si avverte sottopelle un pathos continuo, nella scelta di tempi lenti e sofferti come negli improvvisi scarti del fraseggio e delle dinamiche. È un pathos segreto, che non viene mai esibito e che al MAC ha percorso tutta la sonata «Les Adieux» di Beethoven, in una interpretazione fatta di sfumature, inquieta, un’interpretazione che ci ha ricordato la Sonata op. 109 eseguita nell’estate del 2014 all’Amiata Piano Festival.

Un pianista virtuoso che non si comporta da virtuoso ed un pianista intellettuale che si rivela inquieto è un doppio paradosso. Paradosso solo in apparenza, in realtà. Anche nel Beethoven di Glenn Gould, pianista intellettuale e cerebrale fino all’eccesso, c’erano un’inquietudine ed un abbandono al canto (proprio la registrazione della Sonata op. 109 è lì a dimostrarlo) estremi, dolorosi, provocatori. Con Cascioli avviene lo stesso. La musica in lui è provocazione, nel senso che scuote gli ascoltatori — scuote, si badi, non seduce, perché la seduzione è propria di un’altra categoria di pianisti, costringendoli ad ascoltare da un punto di vista diverso dal consueto. Al MAC era evidente con lo Scherzo n. 1 di Chopin, lento, spogliato da ogni residuo di enfasi, in eppure inquieto, umbratile in virtù di una maniacale cura dei dettagli sonori che diventavano essi stessi il motore propulsivo del brano.

In questa strategia di scavo interpretativo rientrano anche le scelte di repertorio, nettamente orientate verso la musica contemporanea e del Novecento storico. Nello recital al MAC Cascioli ha riproposto in parte l’impaginazione del suo ultimo CD (cfr. numero 282 di MUSICA), con l’algido 1981 del contemporaneo estone Lepo Sumera e la Terza sonata di Prokofiev. Hanno colpito, in Prokofiev, la perfetta tenuta dell’insieme, il nitore e l’intensità — emotiva e virtuosistica — dell’esecuzione, con i ribattuti della sezione conclusiva affrontati a velocità pazzesca (e nulla andava perduto nell’acustica precaria del MAC…), a tal punto che tra l’interpretazione consegnata al CD e quella dal vivo del recital facciamo fatica a trovare delle differenze sul piano dell’efficacia e della qualità esecutiva. La breve pagina di Lepo Sumera dal vivo si è rivelata molto più suggestiva che al semplice ascolto in CD, per non dire del Notturno VII di Alberto Colla, classe 1968, una pagina programmaticamente frammentaria che acquista un senso solo nella misura in cui l’interprete ne rende l’implacabile avanzare senza indugi impressionistico-sentimentali. Ci hanno convinto — ma certo non scopriamo ora il valore di Cascioli compositore — i Tre intermezzi composti da Cascioli nel 2016 ed eseguiti con impassibile rigore, in un bianco e nero sentimentale di grande efficacia proprio per la sua essenzialità. Il secondo brano del gruppo è rigorosamente seriale (qui viene fuori la formazione accademica del pianista torinese), ma possiede una drammaticità insospettata per una pagina scritta con una tecnica ormai museale, a testimonianza che in musica la tecnica è solo uno strumento e che a contare sono le idee e la capacità di tradurle in suoni.

Per finire un bis di gran lusso, un Poissons d’or dal secondo libro delle Images di Debussy levigato e rarefatto fino all’inverosimile, fino a quel sottile brulichio sonoro che del pianismo di Cascioli è uno dei tratti timbrici peculiari.

Luca Segalla

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