Il tocco levigato di Federico Colli

BACH Concerto secondo lo stile italiano in FA BWV 971 BRAHMS Tema e variazioni in re op. 18b FRANCK Preludio, corale e fuga op. 21 SCRIABIN 24 preludi op. 11 pianoforte Federico Colli

Varese, Salone Estense, 4 ottobre 2015

Federico Colli si è guadagnato una discreta notorietà internazionale con la vittoria al concorso di Leeds nel 2012 e le successive apparizioni con la Filarmonica di San Pietroburgo e Temirkanov alla rassegna MITO, la BBC Symphony diretta da Sakari Oramo e la Royal Liverpool Philharmonic diretta da Vasily Petrenko, oltre al debutto come alla Queen Elisabeth Hall di Londra nel 2014. I giovani oggi fanno presto a fare carriera, se sono molto dotati e se vincono il concorso giusto. Fanno anche presto, però, a finire nell’ombra della routine, se non hanno l’istinto, il talento e l’intelligenza per trasformare la fiammata abbagliante dell’esordio in una fiamma più quieta, intensa e duratura.

Tre le doti di Federico Colli alcune sono davvero sorprendenti. Riesce, per esempio, non soltanto a sgranare qualsiasi passaggio con un’assoluta uniformità nel tocco e nel timbro, ma anche — cosa ben più difficile — a differenziare con straordinaria precisione ogni singola voce del tessuto contrappuntistico. A Varese ad ascoltarlo nel Tema e variazioni in re op. 18b di Brahms sembrava di essere di fronte all’originale per sestetto d’archi di cui questa pagina è una trascrizione (più precisamente del secondo movimento, Andante ma moderato, del Sestetto op. 18), tale era la ricchezza timbrica, l’ampiezza di respiro ed anche l’intensità drammatica della sua interpretazione: Colli ha mani incredibilmente fini controllate da un cervello incredibilmente vigile e acuto. Certo, con queste premesse è naturale che il suo Bach fosse levigato in ogni singola nota ma pochissimo incline alla bizzarria (eppure il Barocco non è, per sua natura, anche bizzarro?) ed infatti al Salone Estense il Concerto italiano scorreva imperturbabile, ordinato e preciso nel suo fraseggio impeccabilmente regolare, come lo si eseguiva un tempo e come oggi non lo si esegue più. Ed è anche naturale che i 24 preludi di Scriabin fossero vissuti sul filo di un fraseggio inquieto e mosso ma sempre definito nei suoi contorni timbrici piuttosto che nel segno di un languore sonoro da cui Colli, come interprete, sembra essere piuttosto lontano. Avveniva lo stesso nel Preludio, corale e fuga di César Franck, che tra le sue dita non era affatto languido come di solito si ascolta però possedeva, per così dire, una sorta di tremore interiore: il pianista bresciano centellinava note e frasi con una vitrea leggerezza, fin dalle celebri battute di apertura, i cui arpeggi discendenti arrivavano al pubblico sottili e penetranti come gelide folate di vento invernale. Colli ha rinunciato ad ogni solennità misticheggiante di wagneriana memoria, perfino nel Corale centrale la cui perorazione conclusiva in fortissimo ed in rallentando ha eseguito invece in accelerando, nel segno dell’inquietudine e del disagio piuttosto che della maestosità e del raccoglimento. Anche la successiva fuga si è dipanata tutta con grande chiarezza, rendendo quasi concretamente visibili, sovrapposti l’uno sull’altro, i singoli piani dell’architettura contrappuntistica.

Luca Segalla

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