Il suono alla base di tutto: il Ciaikovski di Anna Tifu

BALAKIREV Ouverture sui temi di tre canzoni popolari russe CIAIKOVSKI Concerto per violino op. 35 VAUGHAN WILLIAMS Fantasia su un tema di Thomas Tallis ELGAR In the South op. 50 violino Anna Tifu SWD Philharmonie Konstanz, direttore Ari Rasilainen

Conservatorio di Milano, Sala Verdi, 3 ottobre 2018

 

Poco alla volta, ricominciano tutte le stagioni sinfoniche milanesi, e ieri sera è stato il turno di quella, storica e prestigiosa, della Società dei Concerti che, come ci ha spiegato Enrica Ciccarelli nell’intervista pubblicata su MUSICA di luglio/agosto, ha nelle orchestre tedesche “di tradizione” un partner storico e affidabile. Per l’inaugurazione è stata scelta la Filarmonica Sud-Occidentale di Costanza (questa la traduzione italiana del nome), che già nell’iniziale brano di Balakirev non colpiva certo né per qualità tecniche né, tantomeno, timbriche: una prestazione invero modesta, neppure riscattata dall’anonima bacchetta di Ari Rasilainen.

Il rimpianto è tanto maggiore se si immagina cosa avrebbe potuto fare con un sostegno di migliore qualità Anna Tifu, solista nel Concerto di Ciaikovski. Non solo la sua prestazione, che ha scatenato letteralmente l’entusiasmo del pubblico milanese, è stata eccellente in sé ma, quello che forse più conta, ha rivelato una personalità matura e singolare: superate con qualche rigidità e imprecisione le battute iniziali, la violinista sarda ha subito messo in campo la sua carta più vincente, ossia un suono di qualità tale da tramutarsi esso stesso in fatto espressivo. Non è, naturalmente, questione di edonismo timbrico, di “suonarsi addosso”: è che dal suono dello Stradivari della Tifu, ambrato e potente, si dipanano in modo quasi inevitabile le scelte di fraseggio, che non conosce eccessi (che caratterizzano, ad esempio, la pur affascinante lettura di Patricia Kopatchinskaja) ma una ricchissima varietà di sfumature. Una lettura intimamente nobile, che nella Canzonetta trova il momento più alto: certi improvvisi pianissimi, il dominio degli armonici, l’andamento malinconico eppure elegiaco rendono il movimento centrale qualcosa che non si dimentica facilmente. Né la Tifu sembra temere i momenti più spiccatamente virtuosistici: solo che anche in essi (penso soprattutto alla cadenza del primo movimento) bada più ad una sorta di winckelmanniana “’nobile semplicità e quieta grandezza” che all’eccitazione bravuristica. Ed è lei, soprattutto nel finale, a tirare l’orchestra: anche questo acuisce il rimpianto di un sostegno all’altezza, almeno come le è successo recentemente a Parigi nel Poème di Chausson con Mikko Franck (il tutto è disponibile su YouTube: ascoltare per credere). Questo approccio intimamente nobile, in cui il fraseggio è sempre mediato dall’eleganza e dalla bellezza timbrica, veniva confermato nei due bis: la Sarabanda in re di Bach e un movimento dalla Seconda sonata di Ysaÿe, ossia l’alfa e l’omega del repertorio per violino solo. Come detto, un successo davvero incandescente per un’artista pronta per il definitivo salto di qualità.

Nicola Cattò

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