Il paradosso di una Carmen troppo garbata

BIZET Carmen C. Margaine, D. Popov, K. Ketelsen, E. Buratto, H. Bradbury, T. Holzauser, M. Nisticò, P. Picone, G. Montresor, A. Bogdanchikov; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Emmanuel Villaume, regia Emilio Sagi

Teatro dell’Opera di Roma, 20 giugno 2014

Rappresentata assai spesso al Teatro dell’Opera (anche se non sempre a livelli d’eccellenza), Carmen tornava a Roma assai attesa per l’annunciata presenza di Anita Rachvelishvili, senz’altro la Carmen più interessante dei nostri giorni. Presenza poi non confermata e surrogata da Clémentine Margaine, una giovane francese più volte protagonista dell’opera bizetiana in Europa e negli USA. Non diremo che questa Carmen ci abbia in qualche modo sedotti. E le ragioni son da imputare forse più al direttore che ai cantanti o al regista. Emmanuel Villaume, che debuttava sul podio del Costanzi, ha diretto e concertato la partitura con grande scorrevolezza, con bella cavata sonora, con garbo ed eleganza anche e bei colori, seppur assai tenui. Ma Carmen è un’opera garbata? Carmen è un’opera tenue? O piuttosto non è sfrontatezza carnale, colore e luce gettati in faccia senza pudore, ritmo battuto sino al delirio? Già l’attacco del Preludio, quel magico 2/4 (una delle grandi intuizioni della storia della musica), capace di catapultarti con violenza al centro d’una vicenda, mancava della baldanza, della frenesia, dell’urgenza che in pochi minuti di musica dovrebbero assommarsi come mai altrove. Così l’inizio della Chanson Bohème appariva lento e fiacco; il Quadro della montagna spento d’ogni opalescenza, d’ogni mistero; e taluni passaggi della scena finale (pensiamo all’orchestra prima di “Où vas-tu?”) privi di reale mordente drammatico. Clémentine Margaine è assai più un mezzosoprano acuto d’ambito rossiniano che una voce giusta per la scrittura esigente e strana del ruolo di Carmen: contenuto il volume, fragili i gravi e i primi centri, ben proiettata e luminosa invece l’ottava superiore, la Margaine si è accostata alla gitana di Bizet in sintonia con la cifra proposta da Villaume: quindi con un certo chic suadente, quindi con una irreprensibile linea di canto, quindi senza neppur uno degli eccessi d’uso antico o moderno. Un taglio di lettura a suo tempo sdoganato da Teresa Berganza, sicuro: ma la divina madrilena, in grazia di un’arte quintessenziata, sapeva creare attorno a sé, una sorta di cerchio erotico attanagliante e una cascata di colori d’ineguagliata malia. Mentre ad altre – e la Margaine è tra queste – è riuscito solo d’apparire la sorella buona di Carmen, una ragazza vivace e attraente, non la gitana fatale ed enigmatica, non la portatrice d’amore e di morte, non il simbolo audace e sfrontato della libertà pensato da Merimée e da Bizet. Una felice conoscenza è stata quella fatta con il tenore ucraino Dmytro Popov nella divisa di don José: voce salda, con un po’ di ferro e d’argento nel timbro; canto morbido con belle smorzature nell’Aria del fiore e alcuni falsettoni dolcissimi nel duetto con Micaela; accento virile, mai caricato o isterico, anzi nobile pur nei momenti più tesi. Senz’altro al centro della serata. Eleonora Buratto portava a Micaela una vocalità che a tratti ricordava la giovane Freni, senza tuttavia averne l’espansione solare del registro acuto, per lei sempre un po’ duro e teso. Kyle Ketelsen era un Escamillo poco mattatore e poco seduttore, mentre tutte le parti di fianco eccellevano per qualità vocali e buona dizione francese. Posta sotto il segno dell’antispettacolarità (e dell’economia, forse), la regia di Emilio Sagi, con le scene di Daniel Bianco e i costumi di Renata Schussheim, indirizzava questa Carmen verso un intimismo talora del tutto claustrofobico, talora appena emendato dall’apertura d’archi o porte sul fondo, quasi vie di fuga da una qualche prigione dell’anima o della mente. Dopo tante Carmen piazzaiole e chiassose, una dimensione latu sensu cameristica è certo benvenuta e salutare, a patto di non eccedere nel placare luci e colori oltre misura e nel togliere ai gesti troppo del loro impatto teatrale. Tutt’altro che memorabili le coreografie, specie quella in apertura dell’ultimo quadro, con cappa e abito da torero, ossia déja vu almeno mille volte.

Maurizio Modugno  

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© Luciano Romano

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