Il Mozart smaltato e antiromantico di Andrea Bacchetti

MOZART Concerto per pianoforte in DO K 503 pianoforte Andrea Bacchetti Orchestra della Svizzera Italiana, direttore Krzysztof Urbański BEETHOVEN ouverture Coriolano in do op. 62; Sinfonia n. 1 in DO op. 21 Orchestra della Svizzera Italiana, direttore Krzysztof Urbański

Lugano, Auditorio Stelio Molo, 31 gennaio 2019

Il repertorio di Andrea Bacchetti gravita sostanzialmente intorno a due fuochi, che sono rappresentati dalla musica per tastiera di Johann Sebastian Bach e dai concerti per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart, con qualche rara escursione verso l’Ottocento romantico e qualche meno rara escursione nel Settecento e nel primo Ottocento tastieristico – pianistico e clavicembalistico – di Cherubini, Scarlatti, Cimarosa e Galuppi. Il programma del recital tenuto a Lugano per la stagione dell’Orchestra della Svizzera Italiana (e replicato anche a Milano — a questa serata si riferiscono le foto pubblicate — e a Brescia) è stato al proposito esemplare, affiancando al Concerto per pianoforte in DO K 503 di Mozart due pagine bachiane, concesse come bis, il Preludio della Suite inglese n. 2 in la e l’Aria delle Variazioni Goldberg.

Come abbiamo avuto più volte modo di raccontare, Bacchetti molto poco concede agli abbandoni e ai languori di matrice romantica. È però proprio questa sua ritrosia sentimentale a permettergli di trasfigurare la musica di Mozart e di Bach in un sottilissimo gioco di linee, come in un disegno in bianco e nero in cui il colore, vale a dire la ricchezza delle sfumature timbriche, e la varietà dell’insieme, vale a dire la variabilità del tactus e dell’andamento del fraseggio, contano molto meno di quanto contano la leggerezza e l’eleganza del tratto. Quando è in serata, poi, il quarantunenne pianista genovese sbaglia pochissime note (impeccabile in questa occasione la cadenza dell’Allegro maestoso iniziale), con esiti emozionanti per quanto concerne la chiarezza dei particolari e le proporzioni tra le parti, ma anche per la qualità del fraseggio nel cantabile, poiché la ritrosia, in Bacchetti, non si traduce in un’asettica perfezione neoclassica. Il suo Mozart è stato giustamente applaudito dal pubblico dell’Auditorio Stelio Molo, anche perché l’OSI lo ha assecondato con eleganza e con discrezione, curando di non andare mai a coprire sonorità che in un pianista come Bacchetti sono sempre contenute e si spingono preferibilmente verso il pianissimo – lo ha mostrato, in questa serata a Lugano, l’incantata coda del secondo movimento – piuttosto che verso il forte e tantomeno verso il fortissimo. In questo senso la presenza sul podio del polacco Krzysztof Urbański, un direttore che tende a smorzare i contrasti, perfino a costo di allentare troppo la briglia agli orchestrali con le conseguenti imprecisioni, ha contribuito a valorizzare le sottigliezze, anche sentimentali, dell’interpretazione del pianista genovese.

Andrea Bacchettu

Tutti da incorniciare sono stati i due bis, a partire da un Preludio dalla Suite inglese n. 2 in la impeccabile sul piano del gioco digitale e percorso da un’inquietudine ritmica sottilmente trascinante, come se la musica fosse sempre sul punto di rompere gli argini senza però mai davvero romperli. Quindi, a suggellare l’esibizione, è arrivata l’Aria delle Variazioni Goldberg, malinconica, lontana, enigmatica, Aria che è un po’ la firma di Bacchetti, da sempre ossessionato dal capolavoro bachiano, che ripropone continuamente in concerto e che ha già avuto modo di registrare più volte.

Krzysztof Urbański

Più di routine è invece apparsa la parte solo orchestrale della serata, con un’ouverture Coriolano e una Sinfonia n. 1 di Beethoven levigate nel canto ma poco incisive nel ritmo. La «souplesse» di Urbański, se da un alto metteva in risalto la cantabilità, come ha rivelato il secondo tema del Coriolano, e conferiva molta freschezza all’esecuzione, dall’alto ha finito per attenuare di molto la tensione drammatica di pagine che dal dramma sembrano non potere prescindere, con esiti non del tutto convincenti.

Luca Segalla

© Daniel Vass

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