Il meraviglioso Falstaff di Fischer all’Olimpico di Vicenza

VERDI Falstaff A. Maestri, T. Christoyannis, E. Mei, S. Schwartz, L. Polverelli, Y. Naef, X. Anduaga, F. Pittari, S. Patterson, G.B. Parodi; Budapest Festival Orchestra, direttore Iván Fischer regia Iván Fischer e Marco Gandini scenografie Andrea Tocchio costumi Anna Biagiotti luci Tamas Banyai

Vicenza, Teatro Olimpico, 12 e 14 ottobre 2018

 

Si potrebbe discutere se la vera anima di un’esecuzione operistica sia il direttore d’orchestra — maestro concertatore, appunto — o i cantanti, ma è innegabile che il sorprendente Falstaff di Verdi diretto dal celebre Iván Fischer, insolitamente, al teatro Olimpico di Vicenza, si sia affermato come un’esecuzione storica nel panorama lirico veneto, un evento senza precedenti. Sarà stato forse complice il compleanno di Verdi (10 ottobre), ma appese tra le corpose stagioni liriche veneziane e veronesi, le alternative operistiche — quelle vere — sono una sfida, vinta pienamente dalla prima edizione del Vicenza Opera Festival, che in tre date (due recite di Falstaff e un concerto lirico-sinfonico), dal 12 al 14 ottobre, ha ospitato il direttore ungherese insieme alla sua orchestra, la famosa Budapest Festival Orchestra. Fischer è un autentico genio della direzione d’orchestra: a una tecnica infallibile, esemplare, essenziale — diremo meglio di Maazel perché più musicale e fantasiosa — si unisce una rara capacità di penetrare il testo nella sua potenza comunicativa. Ha persino collaborato alla regia, per un allestimento inusuale, dove la figura del direttore appare davvero nella sua potenza demiurgica e taumaturgica. L’orchestra è divisa in due spicchi ben separati (nel terzo atto in tre, poiché violini e contrabbassi arretrano ulteriormente verso destra), il direttore ha davanti a sé gli archi (23 musicisti — fra cui solo 3 violoncelli — numero che ricorda Metamorphosen di Strauss anche se con differenti proporzioni interne) e dietro di sé, in buca, la compagine dei fiati e percussioni, dirigendo praticamente due orchestre, e voltandosi quando necessario per concertare e dare attacchi agli oboi, o ai corni per esempio. La maestria di Fischer si rivela di per sé già solamente nel riuscire a gestire gruppi così separati, e si complica ulteriormente quando è lui stesso a spostarsi sul palco nel terzo atto insieme ai movimenti scenici, continuando a dirigere ora da destra, ora da sinistra, ora dal centro, di fianco, accovacciato, senza mai perdere alcun controllo, né alcun attacco, dirigendo a memoria quasi tutto l’atto conclusivo fino al magistrale fugato finale. Partecipa persino all’azione in maniera minima ma significativa, porgendo con impeccabile disinvoltura un fiasco, una lettera, un bicchiere di vino, un asciugamano. Non si tratta di effetti, Fischer è immerso nella partitura più di schiere di direttori d’opera imbalsamati e impietriti. Gli interessa l’articolazione accesa, la trasparenza totale, i vividi contrasti, totalmente in funzione sia del ritmo narrativo che delle voci. È un Falstaff incredibilmente leggero e fluente, riportato alla sua natura di commedia autentica e sfoltito di qualsiasi pesantezza, che ritrova nella geniale orchestrazione di Verdi ogni agilità di pronuncia. Sprizza un’energia insolita, vibrazioni di totale dinamismo. C’è il teatro necessario a Verdi e a Shakespeare, in una divertente passeggiata dove tutto sembra facilissimo, ogni complessità è risolta in una naturalezza disarmante. Col sorriso.

Il lavoro decennale con l’orchestra di Budapest ha creato un eccezionale affiatamento, bastano minimi gesti per avviare l’esecuzione quasi come per magia; l’equilibrio e la chiarezza dell’assieme sono stupefacenti, senza alcuna enfasi tutti i musicisti partecipano con ruoli e caratteri precisamente definiti, attraverso una delicatezza di tinte che è il segno dominante del fraseggio. L’acustica aiuta, ma solo eccellenze tali possono garantire uno standard all’altezza delle innumerevoli difficoltà tecniche, tutte superate magistralmente. E non ci si ferma a questo, perché il coro femminile è realizzato dalle violiniste, che con tanto di corone luminose partecipano all’azione mettendo da parte gli strumenti, creando piccoli balletti, o pizzicando con gli archetti il povero Falstaff. Uno spettacolo incredibile.

E chi avrebbe mai detto di poter ascoltare l’ultima opera di Verdi all’Olimpico? Alcune pedane elisabettiane attraversano la scena fra gli archi, una minima mobilia definisce gli spazi in un contesto semi-staged, nel terzo atto i violini arretrati aprono uno spiazzo centrale in cui si concentra la vicenda, senza alterare alcuna sonorità.

Magnifico il cast, dove spiccano la morbidezza timbrica in ogni registro di Eva Mei (Alice) e l’intensità dell’articolazione di Laura Polverelli (Meg Page). Ambrogio Maestri (Falstaff) coglie gli aspetti più recitati della vocalità di Falstaff, completamente immerso nella parte e verosimilmente molto valorizzato dalla preziosa acustica. Colpivano anche il lirismo appassionato di Sylvia Schwartz (Nannetta), l’imponente brillantezza della voce di Tassis Christoyannis (Ford), lo slancio del fraseggio di Xabier Anduaga (Fenton), con tratti seducenti da opera francese. È grazie alla frequentazione decennale del teatro Olimpico da parte di András Schiff, e della sua amicizia con Fischer, che l’evento è potuto nascere, portando in Italia una produzione realizzata prima a Budapest dalla Iván Fischer Opera Company, già coproduzione tra la Budapest Festival Orchestra e il Palazzo delle Arti di Budapest. Non solo, la trascorsa amicizia con Claudio Abbado ha generato motivazioni forti in Fischer, poiché «negli ultimi anni di vita di Claudio Abbado – ha spiegato Fischer – io e il Maestro abbiamo discusso molto sui teatri italiani. Lui era preoccupato del fatto che molti meravigliosi edifici italiani fossero vuoti e inutilizzati e allo stesso tempo sentiva la responsabilità di dover fare qualcosa perché questi bellissimi teatri d’opera tornassero ad essere vivi ospitando delle messe in scena. È stato questo grande direttore e splendido collega ad instillare in me l’idea di organizzare un festival operistico in una città italiana». Per Fischer Falstaff è «un capolavoro insolito – continua il maestro ungherese – La trama crea un flusso continuo grazie al magistrale libretto di Boito. E questo nuovo stile, unico, è riuscito a creare una perfetta armonia fra musica e teatro. L’uno al servizio dell’altro, senza che nessuno dei due prevarichi sull’altro». 400.000 euro per tre eventi, per i quali quasi la metà giunge da sostenitori e benefattori. Biglietti sì cari (100 euro), «ma» — ricorda il direttore artistico della Società del Quartetto che ha organizzato il festival, Piergiorgio Meneghini — «è un aspetto su cui stiamo lavorando per il futuro». Teatro esaurito, pubblico internazionale, in piedi, ovazioni su ovazioni.

Mirko Schipilliti

 

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