Il Macbeth freudiano di Lina Wertmüller

VERDI Macbeth G. Petean, In-Sung-Sim, S. Branchini, M. Artiaco, A. Zada, F. Pittari, P. Boisseau, A. Nardinocchi, V. Aversa; Orchestra Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi”, Coro del Teatro dell’opera di Salerno, direttore Daniel Oren regia Lina Wertmüller scene Virginia Vianello costumi Nicoletta Ercole

Salerno, Teatro Municipale Giuseppe Verdi, 21 novembre 2016

 

Verdi aveva per Shakespeare profonda devozione e amore, e avrebbe voluto trarre molta più musica dalle sue pagine di quella, pur sublime, che compose: Macbeth, Otello e l’estremo capolavoro, Falstaff. Il “primo amore” scespiriano fu Macbeth, che scrisse nel 1847 e rivide e ampliò definitivamente nel 1865; ma per anni accarezzò anche l’idea di un Re Lear.

Il Macbeth glielo mise in versi italiani Francesco Maria Piave, che necessariamente dovette sorvolare su molti passaggi drammatici, che la complessa partitura verdiana riesce comunque ad evocare.
La lettura che Lina Wertmüller ne fa al Teatro Verdi di Salerno è molto introspettiva, fin nell’impianto da incubo freudiano voluto dalla regista e sorretto dalla scenografia di Virginia Vianello, dai costumi di Nicoletta Ercole e dalle coreografie di Daniel Ezralow: la Wertmüller, infatti, seguendo Freud individua nella mancata maternità della Lady l’origine della sua amoralità e sfrenata ambizione. Questa chiave di lettura viene resa evidente nella scena del sonnambulismo, quando la regista fa apparire in scena due bambini vestiti di bianco che sfuggono ai tentativi della protagonista di avvicinarli, girando attorno all’enorme albero, spaccato in due, che sovrasta la scena.

Un’altra scena viene resa come un’angoscia psicotica, non reale. La scena del vaticinio nel terzo atto, in cui il re vuole interrogare di nuovo le streghe dopo l’orrenda visione del fantasma di Banco, viene ambientata non nella foresta, nella radura delle streghe come nel libretto, ma, con dichiarata “licenza poetica”, la regista la situa nella sala del trono del castello, dove Macbeth è in preda a pensieri angosciosi, immaginando che sia un evento onirico.

Il cast è di ottimo livello: George Petean esprime con voce ferma e solida la forte ambizione e la rabbia del protagonista, quando i suoi piani vengono sconvolti, mentre Susanna Branchini ha tutti gli accenti e le sfumature di una Lady sanguinaria e disperata, in possesso com’è di una voce che sostiene con sicurezza sia il canto a piena voce, che le mezzevoci. Il basso coreano In-Sung-Sim è un Banco dalla solida vocalità e dalla forte presenza scenica, mentre
Azer Zada, Macduff, mostra di essere un ottimo tenore lirico.

Daniel Oren controlla lo spartito con la sua solita veemenza teatrale ed è molto bravo ad assecondare la lettura della regista: sottolinea i momenti in cui viene a galla la psiche lacerata dei protagonisti, lavorando di bulino sui timbri e sui colori dell’orchestra, in una perfetta corrispondenza tra buca e palco. Ottima, infine, la prova del coro preparato da Tiziana Carlini.

Lorenzo Fiorito

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