Il grande Mahler di Zubin Mehta

VERDI Te Deum MAHLER Sinfonia n. 1 in re maggiore «Titano» Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Zubin Mehta

MAGGIOLIVE 005

ADD 67:53

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Dobbiamo confessare d’esser partiti con qualche prevenzione verso questo CD dedicato a Zubin Mehta dall’ormai nota collana Maggiolive. Verdi e Mahler, Te Deum e Prima Sinfonia, più e più volte incisi ufficialmente dal direttore indiano e presi da due concerti ben distanti nel tempo (1996 e 2000). Il primo era quella serata comprensiva dei Quattro Pezzi Sacri verdiani e de Il prigioniero di Dallapiccola, memorando accostamento che certo avrebbe potuto esser riproposto per intero. Il titano, se non andiamo errati, seguiva invece ad una partitura di Fabio Vacchi. Tuttavia, all’ascolto, sia Verdi che Mahler contraddicono le diffidenze, anzi trovano importanti ragion d’essere. Che son anzitutto quelle d’una qualità orchestrale e corale francamente assai alta e che non sfigura quasi mai rispetto alle incisioni in studio con ben più celebrati complessi. Il discorso — ribadito il paradosso di Bülow secondo il quale non esistono cattive orchestre, ma cattivi direttori — deve allora automaticamente ricentrarsi su Zubin Mehta. Che, non è chi lo neghi, va ritenuto una presenza protagonistica della storia della direzione d’orchestra negli ultimi cinquant’anni. Prodotto altissimo della scuola viennese di Swarowsky, gesto di celebre e invitta nettezza ancor a ottant’anni, ha diretto (Maazel scomparso) forse più di chiunque altro oggi in attività, con immensa capacità di appropriazione e di elargizione. Non tutto e non sempre sublime, per forza di cose. Assai volte il sottile demone della routine s’è insinuato in taluni suoi esiti, di mera correttezza formale in certi casi, distratti in altri, non risultanti di vere affinità elettive in altri ancora. E vedi, negli ultimi anni, per esempio a Napoli, l’avvincente Tristan und Isolde da noi qui recensito, che superava di non poche spanne una successiva Carmen, tutto fuorché tale. Se alcuni oggi ancor rimpiangono lo Zubin Mehta degli esordi italiani (la Salome alla Rai, il Trovatore per la RCA, il concerto con i Wiener all’Opera di Roma, i Mahler diretti con varie nostre orchestre), strepitoso suscitatore d’inaudite lussurie sonore, evocatore d’orizzonti estetici non estranei ai mondi di Moreau e di Klimt, di Wilde e di Huysmans, noi diciamo che le naturali evoluzioni, le riduzioni all’essenziale di stile e di modi, non possono non far parte d’una crescita in chiunque naturale. E che il Mehta degli anni recenti è spesso ancor più affascinante. Così questo Te Deum verdiano giunge a stabilire equilibri mirabili fra linguaggio e genere, fra operismo naturale e adesione al sacro, in una sintesi — Michel Leiris nel suo celebre saggio omonimo, l’avrebbe detta operratique — che riconosce alla parola scenica cantata (e tale non è il gregoriano? Dic nobis Maria, quid vidisti in via non fa nascere ogni sacro rappresentato?) un primato culturale o meglio antropologico, tale da poter dire, senza tema di contaminazione alcuna, passioni umane e preghiera divina in misura di pari pregnanza. E qui con potenza d’accenti e vastità di suono che Mehta leva in nobiltà e politezza siffatte da richieder (appunto) la fruibilità del resto di quella serata, per necessaria integrità di discorsi (e da questi non certo escluso Dallapiccola).

La Prima di Mahler chiama ad altri ragionamenti. Che son anzitutto sul dove si ponga il Mahler del direttore di Bombay nella geografia ormai vastissima dell’interpretazione del corpus sinfonico del maestro boemo. Forse non dove ne sono i lettori più intellettualmente acerrimi: da Scherchen ad Abbado, da Maderna a Boulez, per dirne alcuni; forse non dove sono i numi della stessa eredità mahleriana, Walter e Klemperer precipui; e forse neppur dove fanno storia a sé Leonard Bernstein e Kirill Kondrashin, Georg Solti e Iván Fischer. Anche il Mahler di Mehta fa storia a sé, ma ben distante da costoro. Per esser, di tanti, quello volto al maggior intimismo, quello che, nel complesso dettato d’una sinfonia giovane come la Prima, dà luce soprattutto ai nuclei lirici, agli incantamenti dei sensi, alla sottile, insistita vibrazione erotica, usualmente accantonata dai direttori e che per contro di Mahler è realtà innegabile, dalle pulsazioni irrefrenabili del Titano agli Abschied estremi (anche dall’amar dei corpi). Più che mai Klimt e i suoi amplessi si stagliano dentro questo Mahler, dentro le sue lunghe curve melodiche, dentro i suoi continui, piccoli e grandi, rubati, dentro il suo caleidoscopio di colori scintillanti e provocatori, finanche dentro i ghiribizzi macabri e caricaturali. Mai retorico, mai esclamato più del necessario, mai prevedibile, mai esibitorio: un grande Mahler. E in una ripresa sonora assai apprezzabile.

Maurizio Modugno

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