Il Fidelio di Chung, luminoso e commovente

BEETHOVEN Fidelio M. Gantner, L. Pisaroni, S. Skelton, J. Wagner, S. Milling, E. Liebau, M. Piskorski; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Myung-whun Chung regia Deborah Warner scene e costumi Chloe Obolensky

Milano, Teatro alla Scala, 28 giugno 2018

 

Si trattava della ripresa dello spettacolo inaugurale della stagione 14/15, quando c’era Daniel Barenboim sul podio: e, allora, questo Fidelio firmato da Deborah Warner non fu accolto troppo bene. Rivisto oggi, si tratta di uno spettacolo che, per la gran parte (fino, cioè, al sauvetage finale) è iper-tradizionale, pur se ambientato ai giorni d’oggi in una specie di ex fabbrica abbandonata che funge da prigione. La narrazione è chiara, il lavoro sugli attori efficaci, l’uso di taluni oggetti (ad esempio i potenti fari alogeni usati da Pizarro quasi come strumento di tortura sul povero Florestano) molto indovinato; peccato, poi, che l’arrivo di Don Fernando (Martin Gantner, pessimo: si rimpiange acutamente il Peter Mattei del 2014) coincida non solo con l’irruzione della luce in un ambiente fino ad allora debitamente oscuro e cupo, ma con una specie di rivoluzione di un proletariato misto, operai, studenti e umanità varia, quasi a comporre un tableau vivant del celebre quadro di David La Liberté guidant le peuple, declinato fra il sottoproletariato urbano. E il colpo di pistola che, si immagina, segna l’uccisione di Pizarro da parte di questo «popolo», conferma la scelta di una lettura in chiave politico-sociologica, ma non del tutto felice.

Se, in quel Sant’Ambrogio, Daniel Barenboim legava il Fidelio ad una tradizione pre-wagneriana a lui cara, tutt’altra strada sceglie Chung: a tutta prima, stupisce la scelta di aprire l’opera con la Leonora n. 3 (Barenboim aveva scelto la n. 2), poiché si sa quanto la sua conclusione epica e visionaria contrasti con l’inizio domestico, da commedia dell’opera. Ma poiché in musica nulla si può dare per scontato, l’esecuzione ha cancellato questi dubbi: il Beethoven di Chung è luminoso, asciutto, lineare, dal suono teso e concentrato, con uno stacco di tempi estremamente vario rispetto alla «tradizione». Non ci sono, perché mai il Maestro coreano li cerca, gli empiti romantici, i violenti contrasti dinamici, neppure nei momenti più concitati (aria di Pizarro, quartetto del secondo atto), come se la sua bacchetta li assorbisse e li rilasciasse dosandoli sapientemente: un Beethoven umano e umanista, che l’orchestra della Scala realizza con una qualità strumentale di altissimo livello (e la prova dei corni, nell’aria di Leonora, è al di là di ogni lode). Mi è tornato spesso in mente, ascoltando questo Fidelio, quanto ci aveva confidato Chung nell’intervista pubblicata nel numero 283: avendo abbandonato, con l’età, partiture in cui serve “energia selvaggia”, evidentemente egli cerca, in tutto il repertorio, la serenità intellettuale e il distacco di chi ha trovato la saggezza della maturità.

Tanta chiarezza di intenti non emergeva, però, dalla scelta del cast, in cui un po’ a casaccio si accostavano un Florestano che, come quasi tutti, ha un vocione sgraziato e impari alle terribili richieste dell’aria e, soprattutto, della “cabaletta” (trovo assolutamente pertinente questo termine italocentrico); una Leonora (già Eva nei Meistersinger della scorsa stagione) che canta bene, che sa quello che dice, che recita con passione, ma che possiede una vocina di volume così esiguo da rendere poco credibili gli slanci di questo meraviglioso personaggio. Lo stesso vale per Eva Liebau, ma a Marzelline questo si perdona più facilmente; ottimo, per contro, il carceriere Rocco umano e fragile di Stephen Milling e interessante Luca Pisaroni nei panni di Pizarro, anch’egli misuratissimo nel tratteggio quasi mozartiano della propria parte. Qualcosa, rispetto ai classici Pizarro tonitruanti, si perde, ma molto si guadagna.

Ma non posso terminare questa cronaca rilevando un’impressionante scarsità di pubblico in sala: colpa dell’accavallarsi delle (troppe?) recite di Fierrabras, Fidelio e del veniente Pirata, colpa dei salatissimi prezzo, fatto sta che il colpo d’occhio della sala era davvero sconfortante.

Nicola Cattò

(Crediti: Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

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