Il fascino raffinato di Olga Peretyatko alla Scala

Recital di Olga Peretyatko, soprano. Con Giulio Zappa, pianoforte. Musiche di Fauré, Schubert, Verdi, Glinka, Clara Schumann, Liszt, Ciaikovski, Rimski-Korsakov, Rachmaninov.

Milano, Teatro alla Scala, 1° luglio 2018

 

Ci vogliono cultura e intelligenza, per impaginare un programma cameristico che abbia insieme coerenza musicale e interesse per il pubblico: due doti che, evidentemente, non mancano ad Olga Peretyatko, che tornava alla Scala ben tre anni dopo l’infelicissimo — non per colpa sua — Otello di Rossini. In questo intervallo, la bella cantante pietroburghese ha inciso un CD, “Russian light” che è stato lo spunto per dedicarle la copertina del numero estivo di MUSICA del 2017, e che è, a mio avviso, il più bel recital solistico degli ultimi anni, tutto incentrato sull’opera russa, ancora scandalosamente ignota, tranne 3-4 titoli, in Occidente. La sintonia fra la Peretyatko e la musica del suo Paese è evidente e profonda, e tanto più proficua quanto arricchita e rinvigorita dalla frequentazione costante, anzi maggioritaria, con il repertorio italiano e belcantistico: lo si avverte nel suo puntare sempre sull’eleganza dell’emissione, nel continuo gioco di alleggerimenti e messe di voce, nel fraseggio intenso ma raffinato. La musica russa era rappresentata, dopo una fugace apparizione nella prima parte della serata con la Canzone di Margherita nella versione di Glinka, dalla triade Rimski-Ciaikovski-Rachmaninov: e la Peretyatko trova, per ogni autore, un colore ed un accento diversi, da un Rimski più sfumato e leggero nell’emissione ad un Rachmaninov in cui la sensualità del timbro è sfruttata con misura a fini espressivi. Ma è in Ciaikovski che secondo me raggiunge le vette della serata: nella meravigliosa “Ja li v pole” il progressivo avvitarsi delle quattro strofe vede la Peretyatko passare da un tono di rabbioso dolore a una sorta di inanimato abbandonarsi alla sofferenza, di lasciarsi vincere dal destino senza neppure combattere: vera essenza del Romanticismo russo, e forse dell’anima russa tout court. Il programma era costruito sul tema del patimento amoroso, intrecciando Fauré a Clara Schumann, Liszt a tre diverse versioni della canzone goethiana di Margherita all’arcolaio (Schubert, Verdi e Glinka): se la pronuncia francese della Peretyatko non è così compiuta come quella esibita nelle altre lingue, costante è la ricerca, quasi sempre coronata da successo, di un colore vocale e di uno stile adatti all’autore affrontato, rifuggendo costantemente (anche in “Perduta ho la pace” di Verdi) da eccessi operistici, da enfasi fuori luogo. E se in alcuni brani la tessitura sembra un po’ bassa per la voce della cantante russa, non c’è mai il ricorso a note di petto o a altri facili espedienti: e ovviamente questo conferisce particolare spicco espressivo all’unica volta — un Si bemolle sotto il rigo in Lorelei di Liszt — in cui questo non avviene. Forse anche come conseguenza di un periodo difficile della propria vita privata, che la cantante stessa ha da poco confessato pubblicamente, la Peretyatko sembra conferire una dimensione di profonda sofferenza alle pagine più intime presentate nel recital scaligero: indimenticabile, in tal senso, mi è parsa la lisztiana Oh, quand je dors, chiusa da una bellissima messa di voce, e il modo in cui ha aggredito le consonanti di O lieb’, so lang du lieben kannst, depurandola da quel che di dolciastro che troppi ascolti della versione per pianoforte solo hanno associato alla pagina. Un concerto, insomma, difficilmente dimenticabile, anche per la generosità, quasi eccessiva, del programma: 23 brani ufficiali più tre bis, che hanno spaziato dalla Villanelle di Eva Dell’Acqua al Valzer di Giulietta (Gounod) sino all’amatissima Corinna del rossiniano Viaggio a Reims. La voce, alla fine, pareva comprensibilmente stanca, ma l’allure della vera primadonna risplendeva soprattutto nell’ultimo bis, in cui l’armamentario virtuosistico era dominato con classe sopraffina. E, in ultimo, vero coprotagonista del concerto è stato il pianista Giulio Zappa, il quale non solo domina benissimo le difficoltà tecniche, a volte evidenti, di molte pagine (una per tutte: Acque primaverili di Rachmaninov) ma sa benissimo la differenza che passa tra un grande pianista e un grande accompagnatore, riuscendo a calarsi perfettamente in entrambi i ruoli.

Nicola Cattò

(Foto: Dario Acosta)

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