Il fascino intimo dell’improvvisazione

Improvisation à la Lockenhaus SCHUBERT Quintetto in LA «La trota» D 667

pianoforte Alexander Lonquich violino Pekka Kuusisto viola Lily Francis contrabbasso Knut Erik Sundquist violoncello Giovanni Gnocchi

Varese, Teatro Santuccio, 4 dicembre 2016

Il paradosso della musica da camera e della sua natura duplice, privata da una parte e pubblica dall’altra, è sembrato trovare una conciliazione in un’intrigante serata varesina al Teatro Santuccio, uno spazio semicircolare in cui la maggior parte del pubblico si dispone su dei gradoni intorno ad un piccolo palcoscenico. Oltre ad essere musicisti di prim’ordine, Lonquich, Kuusisto, Gnocchi, Francis e Sundquist sono degli affabulatori, che presentano ogni brano prima dell’esecuzione, come se fossero in un dopo cena nel salotto di casa, davanti a pochi inviati e amici. Visto che la metà del programma è stata annunciata al momento, qualche piccola spiegazione era indispensabile, ma questo approccio nasceva anche dalla volontà di trasformare il concerto da esibizione davanti al pubblico a colloquio con il pubblico.

La musica ha così tutto un altro sapore, come avviene a volte in alcuni festival estivi, nelle serate migliori del Progetto Martha Argerich a Lugano oppure al festival austriaco di Lockenhaus, a cui la serata si ispirava (il titolo era infatti «Lockenhaus on tour»), anche perché i cinque musicisti ospiti a Varese sono assidui frequentatori del festival fondato nel 1981 da Gidon Kremer ed ora diretto dal violoncellista Nicolas Altstaedt (assente a Varese a causa di un’indisposizione). Pagine minime come le melodie popolari finlandesi venate da un malinconico modalismo e piccoli capolavori come la Sonata per pianoforte di Bartók, pagine austere (il cupo Memento dell’ungherese Sándor Veress per viola e contrabbasso), bozzetti descrittivi (Vecchio castello di Dvořák, per pianoforte) ed un brillante e curioso tango finlandese, tutto presentato con impeccabile professionalità (intonazione, pulizia, cura del suono) ed insieme con un fare disinvolto e molto alla mano, visto che i musicisti restavano sul palcoscenico, anche quando non suonavano, per ascoltare i colleghi. Un violinista di lusso come Kuusisto, una violista raffinata e ritrosa nella sua lunare eleganza come Lily Francis, un pianista – certo non lo scopriamo ora – dalle grandi doti di comunicatore come Lonquich, un violoncellista di pregio come Giovanni Gnocchi, pochissimo presente sui palcoscenici italiani. E poi Knut Erik Sundquist, una sorta di extraterrestre del contrabbasso capace non solo di far cantare il suo strumento come se fosse un violoncello ma anche di uscire indenne e trionfante da una pagina spigolosissima ed insidiosa quale Failing del contemporaneo Tom Johnson, in cui l’interprete oltre ad affrontare passaggi ai limiti dell’ineseguibilità deve – contemporaneamente – recitare.

Preceduto da una prima parte così coinvolgente e così colloquiale, il Quintetto «La trota» di Franz Schubert, affrontato dopo l’intervallo, veniva ad assumere un tono familiare ed intimo, dolcissimo e leggero insieme. Di gran pregio la qualità dell’insieme, l’amalgama sonoro sempre ben equilibrato anche nei pianissimi, i chiaroscuri timbrici, come può avvenire solo con musicisti che pensano prima di tutto di ascoltarsi. La musica di Schubert zampillava con la freschezza e la leggerezza di una fontana, in particolare nell’Allegro giusto conclusivo dal piglio popolare eppure elegante, ma anche nel malinconico Andantino con variazioni che è il fulcro emotivo del quintetto e che a Varese, per la gioia del pubblico, è stato riproposto come bis.

Luca Segalla

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