Il Dvořák “germanizzato” di Nelsons

BEETHOVEN Ouverture da Le Creature di Prometeo PROKOFIEV Concerto per violino e orchestra n. 2 in sol op. 63 DVOŘÁK Sinfonia n. 7 in re op. 70, B. 141 violino Baiba Skride City of Birmingham Symphony Orchestra, direttore Andris Nelsons

Lugano, Palazzo dei Congressi, 25 maggio 2015

Era il penultimo appuntamento di questo Lugano Festival 2015 (l’ultima edizione: dall’anno prossimo le stagioni musicali saranno fuse sotto l’egida del neonato LAC) e il pubblico ticinese ha potuto ammirare da vicino il direttore che è… entrato Papa nell’ultimo conclave dei Berliner e, come da proverbio, è uscito cardinale, quantomeno per ora, vista la pausa di qualche mese che si sono presi i musicisti berlinesi. Parlo ovviamente di Andris Nelsons, che dirigeva la City of Birmingham Symphony Orchestra, il complesso che, per proseguire nei parallelismi, ha portato alla fama Sir Simon Rattle, l’attuale Chefdirigent dei Berliner. Del suono dell’epoca di Rattle, brioso, aguzzo, molto novecentesco rimanevano cospicue tracce nel primo brano in programma, la spigliata ouverture beethoveniana da Le creature di Prometeo, ma molto meno, invece, nel secondo brano, il Secondo concerto per violino di Prokofiev con la violinista Baiba Skride, lettone come Nelsons. Un po’ deludente, devo dire, questa lettura: l’unità di intenti fra solista e direttore era certamente assicurata, ma ho avvertito la mancanza di nettezza ritmica, di quell’esprit de géométrie che io vorrei sempre sentire anche in un Concerto del genere. Si dice sempre, infatti, che si tratti di un’opera meno audace delle successive, composta da Prokofiev anche in vista del suo rientro in Unione Sovietica, ma ciò non autorizza, a mio avviso, a fare dell’Andante assai una specie di soave notturno, senza sottolineare quel “due su tre” para-jazzistico che potrebbe offrire ben altri spunti. Né concede alla solista la licenza di “mangiarsi” molti passi di agilità nel conclusivo Allegro ben marcato; peccato, troppo cesello, forse, ha nuociuto alla spontaneità. Molto migliore, e molto matura, è stata invece la lettura della Settima sinfonia di Dvořák, legata a doppio filo da Nelsons all’universo bruckneriano (e non solo nello Scherzo): forse non un caso, visto che in questa tournée la pagina di Dvořák viene alternata proprio alla Settima di Bruckner. Quindi grande virtuosismo nella concertazione, ampio peso conferito alle strutture formali, che ci rendevano alla fine l’immagine di uno Dvořák molto più germanico – inevitabile pensare a Brahms – che slavo. E l’orchestra, salvo qualche slabbratura nei corni, l’ha seguito bene: peccato solo per una eccessiva enfasi conferita agli ottoni. In questi casi, vale sempre il precetto di Richard Strauss, che nel suo celebre decalogo per i direttori d’orchestra affermava: “non lanciare mai sguardi incoraggianti agli ottoni, all’infuori di una breve occhiata”.

Nicola Cattò

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