Il Don Giovanni di Michieletto, un classico moderno

MOZART Don Giovanni A. Sâmpetrean, V. Mastrangelo, P. Grahl, A. Jun, P. Gardina, A.V. Bonsignore, D. Giangregorio, I. Celle; Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Stefano Montanari regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Carla Teti

Venezia, Teatro La Fenice, 21 ottobre 2017

 

Come la Traviata di Carsen, anche la trilogia Mozart – Da Ponte con la regia di Michieletto, e particolarmente Don Giovanni, sono ormai un classico di repertorio della Fenice, che ripropone questo pluripremiato spettacolo con grande frequenza, sin da quel maggio 2010 che ne vide la prima apparizione. E con assoluta ragione, trattandosi di un allestimento di grandiosa forza teatrale e di travolgente impatto emotivo. Come è ormai noto, l’intera vicenda si svolge in una villa fine ‘700 dalle tappezzerie un po’ consumate, dall’arredo spoglio e dominata da luci opache, che proiettano lunghe ombre: una struttura scenica circolare, in movimento quasi perpetuo, crea un clima oppressivo, quasi angosciante, un mondo dominato dalla violenza e dall’oppressione psicologica, una decadenza di valori e di punti di riferimento. Don Giovanni è più che mai la forza vitale dell’intera vicenda, che “risucchia” l’energia degli altri personaggi: in “Or sai chi l’onore” è lui fisicamente presente, ad ascoltare la grande invettiva di Donna Anna, al posto di un Ottavio quanto mai imbelle e inutile, vuoto guscio solo difeso dall’onore delle convenzioni (e difatti dopo “Dalla sua pace” si addormenta); e persino “Vedrai carino”, le ben poco velate profferte amorose di Zerlina non sono certo rivolte a Masetto (anzi, la ragazza ha una sorta di moto di disgusto quando vede davanti a sé il promesso sposo), ma al protagonista dell’opera. Un Don Giovanni che, quindi, riappare quando gli altri personaggi cantano “Questo è il fin”, facendoli “svenire” con un gesto: il burattinaio ha deciso che la recita è compiuta. Ma sono infiniti i dettagli memorabili di questo spettacolo: dall’aria del catalogo, in cui un’Elvira sempre più fuori di sé trova nel baule anche le lettere da lei stessa scritte a Don Giovanni, ad un “Mi tradì” in cui il vorticare sempre più convulso delle scene e della donna stessa — quasi prigioniera in una gabbia — riflette benissimo la circolarità musicale della forma rondò. Per non parlare del banchetto finale, tramutato in un’orgia, in cui le donne sono i “piatti saporiti” gustati da Giovanni e da Leporello, più che mai sadico alter ego del suo padrone.

Nella recita cui ho assistito agiva il secondo cast scritturato per questa ripresa autunnale: nessun “grande nome”, ma una compagnia omogenea e di ottimo livello. Spiccava, certamente, il Don Giovanni di Adrian Sâmpetrean cui faceva difetto una vera mezzavoce nella serenata, ma aveva energia e intelligenza da vendere nel resto dell’opera, mentre Valentina Mastrangelo, pur in comprensibile difficoltà nelle tremende asperità di “Non mi dir”, colpiva per l’opulenza del mezzo vocale e l’urgenza del fraseggio. Ottima anche Paola Gardina, Elvira mezzosopranile (al debutto nella parte) di ammirevole pulizia vocale e di accento sobriamente energico, mentre il tenore Patrick Grahl mi è sembrato più applaudito di quanto meritasse, pur nel decoro della prestazione fornita. Meno convincenti, invece, il Leporello di Andrea Vincenzo Bonsignore (e l’idea di farlo balbettare, nei recitativi, mi è parsa pessima), il Masetto di Davide Giangregorio e, soprattutto, l’acerba Zerlina (il ruolo che, come ricorda spesso Michael Aspinall, nell’Ottocento era considerato quello della vera Primadonna dell’opera!) di Irene Celle. Sul podio lo smanicato (almeno nel primo atto: nel secondo la maglietta nera ha conquistato l’onore della manica lunga) Stefano Montanari, autore di una direzione magari non memorabile ma, nel suo essere schizzata a punta secca, tutta in bianco e nero, energica e incisiva, perfettamente adatta a quanto si vedeva in scena. E l’orchestra della Fenice ha risposto con ottima professionalità. Grande successo per uno spettacolo che, lo ripeto, ha ormai lo status di classico.

Nicola Cattò

(foto: Michele Crosera)

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