Il brulicante Beethoven di Mintz a Torino

BEETHOVEN Concerto per violino in Re maggiore op. 61; Sinfonia n. 8 in Fa maggiore op. 93 violino Shlomo Mintz Orchestra da camera «Giovanni Battista Polledro», direttore Federico Bisio Torino, Conservatorio «Giuseppe Verdi», 27 maggio 2017

 

È giunta a conclusione, la sera di sabato 27 maggio, la stagione 2016/2017 dell’Orchestra da camera «Giovanni Battista Polledro», complesso torinese giovanissimo — sia per l’età sua, essendo stato fondato nel 2012, sia per quella dei suoi componenti — ma già capace di dar prova, sotto la guida del suo direttore, Federico Bisio, di grande maturità. Il programma, tutto (in realtà quasi tutto, come si vedrà oltre) dedicato a Beethoven, prevedeva l’esecuzione del Concerto per violino e dell’ottava Sinfonia. Due bei monumenti. Ma, almeno sulla carta, delle due composizioni era senz’altro la prima a dover costituire il piatto forte della serata: trovandosi a sostenere la parte del solista niente meno che un mostro sacro come Shlomo Mintz.

All’inizio del Concerto, per la verità, il tessuto orchestrale s’è mostrato un po’ sfilacciato: con dinamiche sbilanciate verso il forte, e la produzione di un fronte sonoro compatto, poco incline alle sfumature, che ha un poco penalizzato la chiarezza del ritmo, della pronuncia. In parte, forse, anche a causa della disposizione “stokowskiana” assunta dalla compagine, con la massa dei violini collocata sulla sinistra a fronteggiare i reparti gravi degli archi, a destra; e soprattutto, però, per via dell’approccio adottato dal solista. La lettura di Mintz, infatti, ha posto l’accento in particolare sulla qualità cameristica della scrittura beethoveniana, per cui la parte del violino appare come una naturale propaggine, côlta nell’atto di germogliare, di svilupparsi a poco a poco più rigogliosa e forte, dalle fibre dell’orchestra, nutrita — mi si passi la prosecuzione della metafora — dalla sua stessa linfa, in un fitto scambio d’idee musicali, reciproco e continuo. Una visione bellissima, ma difficile da realizzare (da coltivare?) senza lasciar cadere la tensione, non potendo disporre di una certa quantità di prove. Poi, però, nel corso dello stesso primo movimento, Mintz ha dato prova della sua vocazione didattica, un po’ alla volta portandosi dietro i ragazzi della «Polledro», conducendoli lungo la propria via; fino a creare un’intesa sempre più stretta, raggiungendo una sintonia perfetta nei tempi seguenti. D’altra parte, Mintz è un solista difficile da accompagnare: per poter suonare con lui bisogna imparare a respirare insieme a lui. La voce pura del suo violino si leva con la libertà di un canto che sembra prendere forma sul momento, in modo spontaneo — da cui deriva, e a cui ben s’attaglia la concezione “vegetale” dell’invenzione musicale descritta sopra –, con una naturalezza d’eloquio e d’espressione impressionante. Il suo è un Beethoven davvero tutto in divenire, compreso nel ribollire incessante, nel fermento del lavorìo tematico in cui ogni cosa muta di continuo, si trasforma in una tensione alla trascendenza. Così, per esempio, nel Rondò finale, ogni ritorno del tema è presentato sotto una luce nuova, con accenti e appoggi diversi che ne rivelano l’intimo processo di trasformazione, anzi: di sviluppo celato nell’avvicendarsi di quelle ripetizioni — a ben vedere — solo apparenti, illusorî.

È stato nella seconda parte della serata, però, che l’Orchestra «Polledro» e Bisio hanno dato il meglio di sé. Proponendo un’Ottava scintillante: dal discorso musicale teso e serrato, trasparente — mutata disposizione, l’assetto orchestrale vedeva ora violini primi e secondi giustapporsi, a destra e sinistra, ad abbracciare il nucleo centrale dei bassi –; fremente nel gioco degli sfumati, scosso in baluginii repentini, dal flusso profondamente increspato nell’emergere e nel riassorbirsi delle dissonanze. Ottima anche la conclusione, affidata a un fuori programma con cui l’Orchestra «Polledro» e il suo direttore hanno voluto ricordare Alberto Zedda, alla cui memoria tutto l’appuntamento era dedicato: la Sinfonia dal Barbiere rossiniano, proposta in un’esecuzione agile, arguta, finemente rifinita; all’insegna di un senso del canto in equilibrio tra parlato arguto e lirismo disteso.

Luca Rossetto Casel

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