Il Barbiere di Michieletto è più fresco che mai

ROSSINI Il barbiere di Siviglia L. Segkapane, O. Montaresi, P. Gardina, G. Caoduro, E. Bellocci, L. Dall’Amico, M. Kim; Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Giuseppe Grazioli regia e scene Damiano Michieletto costumi Carla Teti luci Alessandro Tutini

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 20 marzo 2018

 

La produzione del Barbiere di Siviglia, attribuita a Maggio Formazione e Maggio Musicale Fiorentino, rappresenta una delle prime tappe della carriera internazionale del regista veneziano Damiano Michieletto. Questo Barbiere è, insomma, la testimonianza della genialità di un autore che qui in Toscana, agli inizi degli anni duemila, si confermò raffinato uomo di teatro producendo alcuni degli spettacoli più intelligenti ed efficaci dell’intero panorama operistico.
In queste ultime tracce dell’inverno 2017/2018, l’allegria contagiosa, il buonumore acceso, l’entusiasmo e la leggiadria dell’allestimento originale firmato da Damiano Michieletto nel 2003, è ancora tutta lì, sul palcoscenico del Teatro del Maggio, a confermare l’intelligenza di un regista che, quando riesce a esprimersi compiutamente, impone le proprie idee con disarmante semplicità e sorprendente originalità.
Niente più da mettere in scena che le idee, in questo Barbiere da replicare ancora e ancora, in teatro e all’aperto, senza scenografie né effetti speciali. Una ventina di sedie e una scala blu, degli enormi palloni e degli ombrelli. E nessun elemento di scena da caricare di significati esogeni, estranei alla loro natura di oggetto. Qui la scala è una scala e le sedie sono sedie. È soltanto la loro disposizione a cambiare, a definire uno spazio scenico, che ora evoca intuitivamente il compartimento di un treno, ora un salotto, ora un corridoio. Niente è concettuale, tutto è esplicito e leggero. I pensieri di base sono essenzialità, coerenza ed efficacia, senza mai rasentare, nemmeno per un attimo, minimalismo o concettualismo, ma semmai economicità e modularità, elementi vitali ogni volta che ci si confronta col teatro di formazione, con produzioni ideate per sollecitare gli interpreti a prepararsi e presentarsi al pubblico.

 

Lo spettacolo, attraverso i deliziosi costumi di Carla Teti, assegna ai personaggi di Beaumarchais una loro propria peculiarità, assumendo così caratteri fra i più divertenti e assennati dei primi vent’anni del terzo millennio. Caricature a tratti animaleschi da commedia dell’arte, dove Figaro è volpe, Don Basilio rettile, Don Bartolo è un cane da guardia e la narrazione fantastica prende inizio con l’annuncio della partenza di un treno, l’espresso 393 da Firenze a Siviglia che, al ritmo dell’Ouverture, accelera fino a prendere il volo coi suoi passeggeri e i suoi personaggi.
Bravo ed estremamente preciso il direttore Giuseppe Grazioli, che si consegna subito al ritmo dello spettacolo, assecondandolo e arricchendolo di sfumature preziose. L’Orchestra del Maggio non si fa affatto pregare e rende concreto quanto può il suono rossiniano, adeguandolo al più agile strumento di coinvolgimento e cooperazione fra quanto accade in palcoscenico, in buca e (permettetemi di dirlo) in platea. Il suono è così rapido, avvolgente, pieno di variazioni dinamiche e di agogiche, che sottolineano e caricano di senso ogni minima intenzione dialogica.
Difficile immaginare uno spettacolo più partecipato dal pubblico, che si dimena sulle poltrone come i viaggiatori sulle sedie del treno.
Poi, con la compenetrazione degli elementi che lo compongono, il Barbiere di Siviglia diventa essenzialmente una narrazione teatrale, dove il gesto e la parola, la musica e il canto amplificano le emozioni per scatenare lampi comici, funamboliche tempeste d’ironia che amplificano il messaggio postrivoluzionario che consegnò definitivamente al teatro musicale del ventiquattrenne Gioachino Rossini il soggetto di Beaumarchais, conteso al tempo da almeno altri otto compositori che ne avevano già musicato il libretto.
Eccolo qui il Rossini che tutti dovremmo conoscere, il Rossini che attira ed esalta, diverte e sorprende facendo della farsa uno straordinario supporto per la diffusione del pensiero illuminista. Ed è qui, con il bellissimo libretto di Cesare Sterbini, che l’uomo e il suo intelletto riassumono la posizione primaria che gli spetta.
La misura straordinariamente teatrale che questo allestimento propone non sottrae comunque nulla al valore assoluto della musica, alla sua complessità formale e alla qualità delle linee di canto, sempre perfettamente composte sia quando per singola corda o per le scene d’assieme, per le arie o per i recitativi accompagnati. Ottimi gli interventi del Coro preparato da Lorenzo Fratini e preciso e puntuale il lavoro del personale tecnico del palcoscenico fiorentino.


Nel cast non si è distinto quanto ci si aspettava Giorgio Caoduro, baritono proveniente dalla Formazione del Maggio musicale e ora interprete di caratura internazionale. La sua voce non ha dimostrato la brillantezza di altre occasioni, riuscendo comunque a imporre il proprio personaggio di Figaro grazie a una misurata ma ben definita figura drammatica.
Levy Segkapane è più o meno il tenore che ti aspetti quando a chiamarlo in scena è un ruolo del calibro e dalla tessitura del Conte d’Almaviva. Il suo personaggio è emerso sufficientemente e la grazia e l’uniformità dei registri, assieme alla recitazione spontanea, possono già farci intravvedere un Duca col peso adeguato in ognuna delle ottave da frequentare. Ma si impone ancora tanta palestra.
Di ottima presenza scenica e disinvoltura attoriale s’è dimostrata anche la Rosina di Paola Gardina. Timbro gradevolmente più spesso nella tessitura più grave e recitativi sufficienti, la Gardina ha buon senso ritmico e sillaba e si districa efficacemente nelle colorature.
Luca Dell’Amico dimostra anche lui buone doti interpretative, colorando bene il rettile che è Don Basilio con acidità e disprezzo per l’etica. Il suo canto è ben intonato e netto, così da rendere anche le punte di asprezza perfettamente consone a una voce di buon volume e dalla sufficiente agilità agogica.
Il basso Omar Montanari affronta con sicurezza il già consolidato personaggio di Don Bartolo. Ottimo nel canto di conversazione, supera con sfrontatezza le difficoltà del ruolo ottenendo il più auspicato dei successi.
Eleonora Bellocci è una Berta misurata e perfettamente coerente all’impostazione dello spettacolo e ai suoi colleghi in palcoscenico. Vivacità entusiasmo e canto agile e fluido le meritano una delle valutazioni complessivamente migliori. Benissimo e con voce dal timbro prezioso il Fiorello di Min Kim. Buona anche la prestazione del comprimario Vito Luciano Roberti nei panni dell’ufficiale.
Davide Toschi

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