Il Bach umanistico di Ton Koopman al Quartetto

BACH Oratorio di Natale BMW 248 soprano Martha Bosch alto Clint van der Linde tenore Tilman Lichdi basso Klaus Mertens Amsterdam Baroque Orchestra & Choir, direttore Ton Koopman

Milano, Chiesa di San Marco, 17 dicembre 2019

Mancava da qualche anno il consueto regalo che la Società del Quartetto faceva al suo pubblico e all’intera città di Milano, ossia la proposta dell’Oratorio di Natale, in versione completa, nel mese di dicembre: ed è finalmente ritornato quest’anno, ancora una volta con Ton Koopman e i suoi magnifici complessi olandesi, per un’occasione in realtà triste, ossia il ricordo di Antonio Magnocavallo, lo storico presidente del Quartetto che è scomparso all’inizio del 2019. E forse anche per questo motivo — mi piace pensarlo — la dimensione così intimamente umana, anzi umanistica, di questa musica è parsa rifulgere come non mai. Nell’esecuzione di ieri sera non solo si ammirava la splendida capacità di fare musica di questo gruppo di coristi (17 elementi) e professori d’orchestra (28), gli attacchi di immacolata precisione, la nitidezza dei contrappunti, la vivida personalità dei solisti e persino un’intonazione quasi buona di trombe e corni naturali (ma nell’impossibile finale dell’ultima cantata la prima tromba ha dovuto more solito quasi alzare bandiera bianca); quello che colpiva era la continua fusione di parola e musica, di devozione e bellezza artistica, di sapienza filologica e di verità umana.

Ton Koopman

Anche Koopman mi è parso, rispetto a passate esecuzioni della stessa partitura, più libero, più elastico nei tempi: i corali vibravano di un’intensità luminosa e orante, sempre legata al senso del testo, mentre tutti i “soli” degli strumenti (eccezionali gli oboi, ottimi i due violini solisti) erano riccamente abbelliti e variati con molto gusto, in continuo dialogo con i cantanti. La scelta dei tempi pareva, poi, naturalissima, senza eccessive lentezze o assurde corse (spesso di moda in altri complessi di strumenti antichi): la Pastorale della seconda Cantata era cullante e affettuosa, ma le asperità armoniche degli interventi dei fiati la innervavano costantemente, i grandi cori di apertura delle Cantate 1, 3 e 6 erano sì giubilanti e festosi, ma mai retorici o monumentali. Ancora una volta, era la dimensione umanistica a guidare le scelte musicali di Koopman: e non saprei immaginare nulla di più “bachiano”. L’umidissima sera milanese ha mietuto, evidentemente, le sue vittime fra i solisti, due dei quali (soprano e contralto) sono stati sostituiti all’ultimo istante: il soprano Martha Bosch ha cantato squisitamente, con nitidezza di emissione e timbro cristallino, mentre al controtenore sudafricano Clint van der Linde va reso, quantomeno, l’onore delle armi. Tilman Lichdi è un Evangelista per nulla ascetico ma, anzi, dolorosamente umano, nonché tenore dalla coloratura nitidissima (ha solo un po’ patito la tessitura bassa della seconda aria, “Ich will nur dir zu Ehren leben”) mentre Klaus Mertens è, semplicemente, un mito vivente, un incredibile esempio di come, a 70 anni suonati, si possa piegare una voce di per sé abbastanza “normale” alle sfumature più sottili, in una morbidezza di emissione e in una perfezione di canto che non ha pari nel repertorio concertistico degli ultimi decenni.

Nicola Cattò

Foto: Marco Congregalli / IED Milano

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