I tesori della provincia: il Coccia tra Gay-Pepusch e Rossini

GAY – PEPUSCH The beggar’s opera R. Burt, B. Klein, K. Batter, B. Purkiss, K. Thornber, O. Brereton, L. Gardiner, S. Lopeman; Ensemble Les Arts Florissants; regia Robert Carsen scene James Brandily costume Petra Reinhardt

Novara, Teatro Coccia, 28 ottobre 2018

A questa importante produzione dell’Opera del mendicante firmata Robert Carsen abbiamo già dedicato due recensioni (pubblicate su questo stesso sito) nelle loro tappe spoletine (a firma Lorenzo Tozzi) e pisane (Davide Toschi): poco ci sarebbe da aggiungere, quindi, parlando di questa recita vista al Coccia di Novara, se non per confermare l’efficacia delle idee del regista canadese, e per lodare il lavoro che, da ormai vari anni, sta svolgendo il teatro piemontese. Carsen e il suo scenografo realizzano una parete fatta solo di scatoloni, in palcoscenico — alla sinistra — i dieci musicisti de Les Arts Florissants, con i loro strumenti e i loro tablet, vestiti in borghese (anzi, come giovani di strada della Londra odierna), i luoghi dell’azione ricreati con pochissimi oggetti e, ancora una volta, con scatole sapientemente spostate e ricomposte. Testo aperto se ve n’è uno, la Beggar’s opera mette in burla la società del suo tempo (1728), ma in realtà parla dell’uomo in quanto tale, e delle relazioni che fra gli uomini («l’unico predatore che viva in società») intercorrono: un mondo violento, selvaggio, dove l’amore è schernito e vilipeso e dove vige la legge del più furbo. E del più forte. Certo, c’è poi una dimensione di satira dell’opera seria italiana che qui cade completamente: se il «duetto» fra Lucy e Polly doveva parodiare lo scontro tra la Bordoni e la Cuzzoni, è palese che le due vocine non impostate, benché gradevoli, di questa produzione non potevano neanche immaginarsi di rendere questa dimensione, come fanno invece nella celebre incisione Decca la Sutherland e la Te Kanawa. Ma sono scelte perfettamente legittime. Come al solito, Carsen fa gran teatro: e se poi la parte musicale è risultata funzionale, sì, ma piuttosto debole, pazienza. Le quasi due ore di spettacolo, senza intervallo, sono filate magnificamente, pur con il filtro imposto da un testo non solo in inglese, anzi in cockney (alla comprensione provvedevano i soprattitoli), ma piuttosto incentrato sulla realtà sociale e politica dell’odierno Regno Unito. Se non erro, era un decennio che l’Opera del mendicante non tornava nei teatri italiani, dalla versione «emiliana» a cura di Lucio Dalla del 2008 (vista a Bologna, Reggio e Modena): motivo in più per lodare il lavoro del Coccia che, con la guida della nuova direttrice artistica Corinne Baroni e del direttore musicale Matteo Beltrami ha presentato un cartellone di assoluta eccellenza, fatto di un sapiente misto fra produzioni proprie e coproduzioni, nazionali e internazionali. La prova che la competenza paga, anche in una città «di provincia».

Nicola Cattò

 

 

ROSSINI Mosè in Egitto A. Abis, S. Dalla Benetta, R. Gatin, N. Gavrilan, M. Mustaro, F. Sacchi, M. Roma, I. Ribezzi; Coro Ars Lyrica, Orchestra della Toscana, direttore Francesco Pasqualetti regia Lorenzo Maria Mucci scene e costumi Josè Yaque, Valentina Bressan

Novara, Teatro Coccia, 16 novembre 2018

Qualche tempo addietro sarebbe parso strano che un teatro “di provincia”, come si definivano allora, allestisse un’opera difficile e rara quale il rossiniano Mosè in Egitto. Oggi, però, molti teatri di tradizione – o, almeno, quelli ben amministrati – rivelano un coraggio e un’originalità maggiori di tante Fondazioni lirico-sinfoniche, e, grazie a un proficuo ricorso alle coproduzioni, riescono a portare sulle piccole piazze dell’opera spettacoli di tutto rispetto che attirano gli appassionati dalle grandi città. L’allestimento di cui si sta parlando è nato al Teatro Verdi di Pisa, e ora è transitato al Coccia di Novara come seconda tappa di una coproduzione che coinvolge anche la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Si tratta di un pacchetto all-inclusive che ha fatto migrare dalla Toscana al Piemonte l’intero cast con orchestra e coro. E proprio le compagini sinfonico-corali (Orchestra della Toscana e Coro Ars Lyrica) hanno per prime dato un’ottima prova di sé, in uno dei titoli rossiniani che richiede loro maggiore impegno: la mano sicura del direttore Francesco Pasqualetti ha sempre garantito un’ottima concertazione, che ha dato risalto alle frasi strumentali (non c’è nota, in quest’opera, che non sia portatrice di un significato!) curandosi di non recare difficoltà ai solisti in palcoscenico. Il Coro, poi, dando voce al popolo ebraico e a quello egizio, assurge a pieno titolo al ruolo di personaggio (non è un mistero che Verdi vi si sia ispirato per il suo Nabucco); un personaggio che ha saputo far vivere il senso di spaesamento e di terrore degli Egizi colpiti dai flagelli di Dio così come la fermezza della fede degli Ebrei: sentimenti che hanno potuto mirabilmente convivere nella vigorosa e impressionante stretta del finale I.

Il cast si fonda prevalentemente sulla partecipazione di giovani solisti emergenti. Fa eccezione il soprano Silvia Dalla Benetta, che, nella sua ormai lunga carriera, ha affrontato uno spettro di ruoli molto variegato, senza individuare un proprio repertorio d’elezione. La sua Amaltea è stata sicuramente gradevole, incisiva nei recitativi, dotata di buon accento ma un po’ sbiadita nella coloratura, che in quest’opera è meno pervasiva rispetto ad altri titoli rossiniani ma non manca di mettere in difficoltà tutti gli interpreti. In generale, dal fronte egizio sono giunte più soddisfazioni che dal lato ebraico. Il tenore Ruzil Gatin (Osiride), proveniente dall’Accademia di Pesaro, dispone di un timbro piacevole e di un registro acuto squillante e luminoso, come hanno dimostrato le belle escursioni nel quartetto del secondo atto (che, insieme al duetto che lo introduce, costituisce uno dei vertici del teatro di Rossini), ma gli occorre rendere più sciolta l’agilità onde perdere una certa rigidezza che finisce per penalizzare l’interpretazione. Dall’Accademia rossiniana esce anche il basso Alessandro Abis, un Faraone dalla bella linea vocale e appropriato nello stile, sia pure di volume decisamente contenuto. L’altro basso, Federico Sacchi, è stato annunciato indisposto, e forse a questo si deve la voce fibrosa che ha caratterizzato il suo Mosè e la celebre preghiera del III atto; il protagonista, tuttavia, dal punto di vista musicale, è meno centrale di altri personaggi. Il soprano Natalia Gavrilan ha definito con intelligente fraseggio il ruolo di Elcìa, che risulta tratteggiato a tutto tondo anche se più convincente nel suo lato elegiaco che nello sfogo drammatico: valga l’esempio del finale II, col morbido cantabile a note sgranate, cui segue una cabaletta disperata che presenta all’interprete richieste un po’ superiori alle sue forze e ha generato qualche svirgolata. Tra gli altri solisti, il sacerdote egizio Mambre (Marco Mustaro) ha mostrato maggiore sicurezza rispetto all’ebrea Amenofi (Ilaria Ribezzi); il tenore Matteo Roma (Aronne) ha uno strumento non privo di interesse ma ancora da forgiare sotto molti punti di vista.

La componente visiva dello spettacolo, curata da Lorenzo Maria Mucci, di ambientazione storica, si è rivelata piuttosto statica, le scene e i costumi semplici e fors’anche un po’ scontati, efficace l’uso delle luci. L’attraversamento del Mar Rosso è un pericolo per qualsiasi regista, perché se lo si fa realistico si rischia il ridicolo, se lo si reinterpreta bisogna essere capaci di inventiva visionaria. In questa occasione ci si è accontentati di darne una vaga idea. Nulla, tuttavia, che risultasse irritante: in fondo, l’«azione tragico-sacra» si rifà alla tradizione dell’oratorio, e anche una lettura teatrale posata non disdice; sarebbe piuttosto opportuno indagare di più sui caratteri, attraverso il gesto scenico. Al di là delle luci e delle ombre che possono essere emerse, resta ai teatri coproduttori il merito di aver osato l’allestimento di un titolo tanto impegnativo: questo Mosè in Egitto, quand’anche non dovesse essere ricordato nei decenni, ha permesso ai rossiniani di buona parte dell’Italia centrosettentrionale di ascoltare dal vivo uno dei titoli più ambiziosi, anomali e rari del compositore pesarese.

Marco Leo

(Foto: Patrick Berger / Finotti)

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