I successi dell’estate maceratese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERDI Otello S. Neill, J. Nuccio, R. Frontali, T. Tarieli, D. Giusti, M. Pierattelli, S. P. Choi, G. Medici, F. Di Girolamo; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano «V. Bellini», direttore Riccardo Frizza regia e scene Paco Azorin costumi Ana Garay

BELLINI Norma M.J. Siri, R. Pelizzari, S. Ganassi, N. Ulivieri, R. Lo Greco, M. Pierattelli; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano «V. Bellini», direttore Michele Gamba regia Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi scene Federica Parolini costumi Daniela Cernigliaro

VERDI Il trovatore P. Pretti / M. Karahan, A. Pirozzi, M. Caria, E. Shkosa, A. Spina, R. Lo Greco, A. Celsi, A. Pucci; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano «V. Bellini», direttore Francesco Ivan Ciampa / Daniel Oren regia Francisco Negrin scene e costumi Louis Désiré

Macerata Opera Festival, 5, 6, 7, 12 agosto 2016

Un successo di pubblico costante, con uno Sferisterio quasi sempre gremito, ha accolto l’edizione 2016 del Macerata Opera Festival, che presentava l’allestimento di tre titoli per niente facili, la cui bella riuscita risulta per questo ben più gradita. Otello, titolo inaugurale, vedeva il debutto nei ruoli di Otello e Desdemona di Stuart Neill e Jessica Nuccio, beniamina del pubblico maceratese: il primo ha convinto in virtù di una voce solida e di una tecnica abbastanza scaltrita, anche se il personaggio dovrà ancora maturare e la scarsa padronanza della prosodia italiana non ha impedito alcune papere; la seconda, nonostante una voce abbastanza leggera, ha convinto in virtù di un fraseggio intenso, riuscendo a compensare con la forza dell’accento la fragilità del registro grave, e di un canto sempre sorvegliato, particolarmente in luce nella bella resa della canzone del salice. Roberto Frontali ha confermato di essere un artista di grande professionalità con il suo Jago ben fraseggiato e a suo agio anche nelle vette acute dell’ispido brindisi del primo atto. Adeguati gli interpreti dei ruoli minori, tra cui il fresco Cassio di Davide Giusti. Alla guida della Form la direzione di Riccardo Frizza, pur senza eccessivi colpi d’ala, ha impostato la concertazione nell’ottica di una narrazione precisa e serrata che, senza inseguire improbabili farfalle sotto l’arco di Tito, ha condotto in porto un’opera non facile con precisione e adeguata drammaticità. Semplice, ma efficace, lo spettacolo di Paco Azorin, che risolve il problema del budget con proiezioni sull’immenso muro dello Sferisterio, quasi sempre di gusto ottimo: ad alcuni momenti davvero suggestivi (come il salice che, durante la canzone di Desdemona, diventa gigantesco fino a sovrastare il personaggio) si sono alternati altri francamente bruttini che, per fortuna, erano la minoranza. Una sorpresa è stata la riuscita di Norma, grazie sia alla suggestiva ed evocativa di Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi (semplicissima, con pochi elementi scenici e un uso raffinato e intelligente delle luci) sia alla direzione di Michele Gamba, in grado di trovare la quadratura del cerchio in una direzione attenta alle esigenze del canto senza essere passivamente succube dei desiderata dei protagonisti, ma collaborando con loro in maniera esemplare, tanto più che la compagnia radunata presentava una protagonista che debuttava sia nella parte che nel repertorio belcantista. Premesso che la coloratura di Maria José Siri è faticosa e il disagio, in passi come «Ah bello a me ritorna», è parso palpabile la sua presa di ruolo è stata notevolissima: belli e curati i recitativi, studiata e interessante la costruzione del fraseggio, suggestiva la resa dei brani spianati, primo tra tutti «Casta Diva». Al suo fianco Sonia Ganassi, pur colta indisposta, ha riconfermato la sua collaudata Adalgisa e Rubens Pellizzari è stato un Pollione autorevole, che assieme alla Siri ha contribuito al crescendo drammatico delle ultime scene dell’opera. Bravo, infine, Nicola Ulivieri, esperto Oroveso. Ha chiuso la stagione la ripresa dell’allestimento de Il trovatore già visto nel 2013 con la regia di Francisco Negrin: una regia semplice ma d’effetto, con alte fiamme infuocate a sottolineare i momenti salienti della vicenda sullo sfondo di una severa torre di ferro e un’ambientazione che occhieggia al fantasy presentando il coro maschile come una folla di fantasmi. Sul podio si sono alternati Daniel Oren, acclamatissimo dal pubblico dello Sferisterio (teatro in cui mancava da un trentennio) e Francesco Ivan Ciampa: entrambi hanno presentato una lettura molto passionale e drammatica ma Ciampa è sembrato meno incline a rispettare alcuni effetti di tradizione, come la ripresa di «Sei tu dal ciel disceso» nel Finale II, che Ciampa affida al solo soprano mentre Oren segue la tradizione con l’intervento del tenore. Acclamato anche il cast radunato per l’occasione, a cominciare dalla voce di Anna Pirozzi, molto amata dal pubblico dello Sferisterio, che ha superato con slancio le difficoltà della parte di Leonora, meritandosi entusiastici applausi. Al suo fianco, unica riconfermata dal 2013, l’Azucena di Enkelejda Shkosa, intensa e partecipe, culmine un’emozionante resa della celebre «Ai nostri monti», che Negrin immagina come una macabra ninna nanna cantata al fantasma del figlio ucciso. Bene anche Piero Pretti, Manrico impavido nel sostenere la Pira in tono senza dimenticare di valorizzare anche le pagine a sfondo più lirico, e Marco Caria, un Conte di Luna di voce autorevole e drammatica. Del successo calorosissimo si è detto ma andrà anche ricordata la serata, a favore di Medici senza frontiere, dedicata alla figura di Medea: la protagonista sarebbe dovuta essere Daniela Dessì, al suo primo approccio col ruolo, sostituita poi da Alexandra Deshorties; la tragica e imprevista notizia della prematura scomparsa della Dessì, dopo poco più di una settimana dall’evento, ha colto ammiratori e organizzatori di sorpresa. Ci mancherai, Daniela.

Gabriele Cesaretti

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