I raffinati equilibri di un Turco da applausi

ROSSINI Il Turco in Italia F. Beggi, P. Leoci, M. Bussi, R. Gatin, V. Prato, M. Leung, S. Marra; Orchestra I Pomeriggi Musicali, Coro Opera Lombardia, direttore Christopher Franklin regia Alfonso Antoniozzi scene Monica Manganelli costumi Marianna Fracasso

Pavia, Teatro Fraschini, 18 novembre 2016

Alfonso Antoniozzi fu, quasi vent’anni fa, nel cast — come Don Geronio — di un Turco scaligero (che ebbe anche una puntata a Cremona), memorabile per la parte musicale (con lui c’erano la Devia, Pertusi, De Candia e Chailly sul podio), ma sciagurato per quanto si vedeva (una “regia” di Cobelli): ora che il miglior basso buffo italiano del post Dara (e quindi post-post Bruscantini…) ha deciso di affiancare al canto l’attività registica, questo spettacolo creato per Opera Lombardia (ex Circuito Lirico Lombardo) sembra una compensazione ex post di quanto avevo ascoltato tanti anni fa, soffrendo nel contempo per quanto vedevo. Tutto, in questo Turco pavese, trasuda intelligenza, misura, profonda comprensione dei meccanismi comici rossiniani e capacità di renderli attuali e divertenti per un pubblico di 200 anni posteriore alla creazione dell’opera: Antoniozzi, con la sua scenografa Monica Manganelli, fa larghissimo uso di video proiezioni, che si sostituiscono all’apparato scenico vero e proprio, sia esso dipinto (come una volta) o costruito. Se la scelta si debba a convinzione, a far di necessità virtù con un budget che si immagina non faraonico, o a un mix delle due cose, ebbene, io non lo so: sta di fatto che tutto funziona benissimo, fin dall’ouverture che subito disegna, con tratto leggero, l’atmosfera napoletana dell’opera (una napoletanità tranquilla, luminosa, che sembra uscire da una commedia di Eduardo), e che distrae il pubblico dai poco promettenti scrocchi di tromba e corno. Certo, a volte il continuo movimento della proiezione sembra eccessivo, ma mai le immagini perdono attinenza con la scena: dall’atmosfera di follia organizzata del finale primo, ai tarocchi che dominano la festa in maschera, fino alla china bianca e nera, quasi luttuosa, che accompagna la grande aria “seria” di Fiorilla. Oltre alla proiezioni, pochi elementi scenici: le panchine, il lettone, un divertentissimo mobiletto su cui Fiorilla fa la pasta durante il duetto con Geronio, fino ad una scena che al cinefilo quasi richiamerebbe — vòlta in parodia — quella del vaso in Ghost; in tutto ciò, Antoniozzi enfatizza giustamente il ruolo del Poeta come deus ex machina della vicenda, con la capacità di far entrare e “animare” i personaggi come un burattinaio, con gustosi effetti di freeze. E poi mi sembra esemplare come sia riuscito a “stringere” i nodi della problematica drammaturgia del secondo atto presentando l’aria di Narciso come pezzo da baule, del tutto svincolato dall’azione scenica, giocando con i vizi e i vezzi dei tenori: questo, evidentemente, ha comportato il sacrificio dell’aria di Albazar (che non è di Rossini, ricordiamo), ma è un taglio che per una volta ha un senso chiaro; d’altronde il continuo giocare con i livelli della narrazione è un tratto chiave di questa regia, come prova anche il trattamento del coro, presentato il più delle volte come i “boys” del teatro di rivista. Musicalmente, se è possibile rilevare difetti e problemi vari nei cantanti impegnati — nulla di troppo serio, comunque –, bisogna anzitutto sottolineare come si trattasse di una compagnia equilibrata, preparatissima, scelta con estrema cura e — per una volta — quasi tutta italiana, con la sola eccezione del russo Ruzil Gatin (Narciso): se Fabrizio Beggi (Selim) colpiva per l’esuberanza del mezzo vocale e la brunitura del timbro, nonché per una coloratura di bella esattezza, la sua Fiorilla, Paola Leoci, aveva l’accento viperino che serve alla parte, e una tecnica che le consentiva di superare indenne la temibile “Squallida vesta”: peccato solo per una certa povertà di colori, pur compensata dalla varietà del fraseggio. Ottimo anche Marco Bussi come Don Geronio, il cui sillabato non è però all’altezza dei migliori modelli, e impeccabile il pirandelliano Prosdocimo di Vittorio Prato, che si rivela all’altezza della centralità conferitagli dalla regia; Ruzil Gatin, infine, ha mezzi vocali assai promettenti, che uno studio costante non potrà che rifinire. A guidare il tutto l’esperienza di Chrisopher Franklin, il quale, dopo un’ouverture troppo garibaldina, ha preso le misure dell’orchestra (quella dei Pomeriggi che, fatti salvi i problemi prima evidenziati, se l’è cavata con onore), in una lettura più geometrica che sfumata, ma sempre chiara nelle intenzioni e nei risultati. Successo convinto, almeno in proporzione agli entusiasmi, talora un po’ sopiti, che il pubblico di una cittadina di provincia può tributare.

Nicola Cattò

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© Alessia Santambrogio

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