I percorsi italiani del Viaggio d’Inverno

SCHUBERT Winterreise op. 89, D 911 baritono Furio Zanasi pianoforte Massimo Viazzo

Vercelli, Museo Borgogna, 19 ottobre 2016

La stagione della prestigiosa, storica Società del Quartetto di Vercelli, che organizza l’ancor più celebre Concorso Viotti, propone alcuni concerti nell’affascinante sede del Museo Borgogna della cittadina piemontese: una costruzione che si deve all’opera di Antonio Borgogna, instancabile filantropo che finanziò la creazione di opere pie, asili, scuole, convitti e di letti per incurabili presso l’ospedale, nonché la costruzione (siamo all’inizio del Novecento) di questo bel museo, dotato di una bella sala, ampia e luminosa, in cui si è svolto il concerto cui ho assistito. In programma, uno dei veri, grandi capolavori della storia della musica, la schubertiana Winterreise, affidata — come è rarissimo sentire — a due interpreti italiani. Al pianoforte Massimo Viazzo, enfant du pays, collaboratore della nostra rivista, e interprete sensibile e poliedrico, che accompagnava Furio Zanasi, le cui referenze nell’ambito dell’opera barocca e monteverdiana «son note all’universo, e in altri siti». E proprio da Monteverdi sembra partire l’interpretazione di Zanasi: nel senso di un approccio che sfrutta la parola, il suo peso sonoro, lo schioccare di certe consonanti e il gioco delle vocali, ma senza estremizzazioni, senza radicalizzazioni, affidandosi sempre a una vocalità sana, ampia, estesa, ad un timbro tanto affascinante nei suoi riflessi bruniti (i La gravi di “Tränen” nel terzo Lied) e nelle sue luminescenze quasi tenorili (il Fa diesis di “Krähe”!). Ne risulta, a differenza di molte letture storiche, un Viandante che, nel suo percorso verso l’annichilimento, verso l’autodistruzione, oscilla fra parentesi di illusione, di impeto giovanile (“Erstarrung”), di slanci frustrati e di improvvisi ripiegamenti: un Werther che ancora cerca la sua Charlotte, anche quando non è più che un fuoco fatuo. I tempi staccati da Viazzo e Zanasi, quindi, non sono mai troppo indugianti, e pendono anzi verso un tono spesso survolté: la ferocia di “Rückblick” è efficace proprio perché sa aprirsi, nel prosieguo del Lied, al ricordo dolce e melanconico dei “tigli chiomati” e degli “occhi di fanciulla”. Anche i toni Biedermeier del ciclo sembrano velarsi e “problematizzarsi”, in questa lettura: lo provano tanti dettagli, dai mordenti del pianoforte nella prima frase di “Frühlingstraum”, privi di grazia spensierata”, ad un “Lindenbaum” decisamente problematico nel suo fraseggio contrastato. E i Lied ciclici presentano, nelle ripetizioni, una ricchezza di sfumature che è tanto più acuta quanto, apparentemente, inavvertibile.

Una Winterreise italianeggiante? Forse, se pensiamo ad un approccio vocalistico: ma la lettura di Zanasi mi sembra molto più ricca e matura, diversissima dai modelli mitici (da Hotter a DFD: se proprio vogliamo trovare un precedente, lo indicherei nella calda umanità di Hermann Prey) del passato, e ricchissima di spunti quasi ad ogni Lied. Anche negli ultimi brani questo Viandante sembra non rassegnarsi: il “Wegweiser” non ha la consueta, immobile fissità, nei “Nebensonnen” la voce sembra gustare (“Al buio starò meglio”) la voluttà nichilistica della morte, che giunge poi inevitabile in un “Leiermann” dove Viazzo e Zanasi si concedono, per la prima volta in tutto il ciclo, evidenti libertà ritmiche e di fraseggio, in un andamento quasi rapsodico che – per contrasto con quanto ascoltato sin lì – ha un effetto raggelante davvero riuscito. Eseguita con una pausa a metà (per assecondare le due fasi di composizioni del ciclo, e evidenziando così evidenti simmetrie interne, ad esempio fra il primo e l’ultimo Lied della prima parte), questa Winterreise ha conquistato un pubblico silenzioso e attento: una prova che il Lied, anche da noi, può benissimo attecchire.

Nicola Cattò

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